Capitolo IV – Pirati e Incrociatori

Non vi era da ingannarsi sulla manovra dell’incrociatore che cominciava a scagliare i più grossi proiettili alla foce del fiume. Aveva fiutato la presenza dei prahos pirateschi, e, benché non potesse ancora averli visti, ne indovinava la posizione, perché le sue palle erano passate pochi pollici sopra le murate perdendosi nella piccola palude.

Non vi era tempo da perdere se non si voleva farsi schiacciare ancor prima di poter agire; bisognava abbandonare il pericoloso posto dove vi era la probabilità di venir presi fra due fuochi da terra e da mare. Giacché la manovra era riuscita e l’incrociatore li aveva scoperti con rara sagacità, il meglio da farsi era quello di assalirlo. Vinti o vincitori bisognava guadagnare il largo.

Sandokan e Patau in pochi istanti avevano guadagnato i prahos, dove si era ormai organizzata la difesa; i cannoni caricati, gli uomini sotto le armi: non si domandava che di abbordare il vapore malgrado la sua mole, i suoi uomini tre volte più numerosi e la colossale portata delle sue artiglierie.

— Andiamo, figliuoli, salpate le âncore, issate le vele, impugnate le armi! — gridò il capitano. — Il miserabile che viene a sfidarci nei nostri nascondigli non può essere che un coraggioso. Ci aspetta.

— Tanto meglio, si danzerà nel sangue — disse un Malese mordendo la lama della sua scimitarra.

— Ci ubbriacheremo di polvere! — esclamò un Daiasso che si accostava ghignando a uno dei cannoni.

I due prahos con una scossa furono allontanati dalle paludose rive, nel mentre una terza palla fischiava fra gli alberi troncandone i rami. Le vele terzarolate per non avere impicci sul ponte vennero tese al vento. I due legni, senza rispondere alle provocazioni nemiche per riserbarsi i colpi a buona portata, si spinsero in mezzo al fiumicello portandosi sull’altra riva la cui ombra delle grandi piante bastava per sottrarli agli occhi più acuti.

Si trattava di sbucare improvvisamente in mare e di muovere arditamente all’abbordaggio, ancor prima che il nemico pensasse alla ritirata. Possedendo la macchina nel ventre, era lui il padrone che poteva portarsi da un luogo all’altro, evitare un incontro che fosse pericoloso e battere in breccia colle sue artiglierie assai più potenti di quelle dei pirati. Sandokan aveva di già calcolato sui numerosi vantaggi di lui e cercava sventarli giuocando d’astuzia.

— Non abbiamo fretta — diss’egli a Patau che si teneva alla barra. — Cerchiamo di risparmiare i nostri uomini che sono contati, non esponiamo troppo i nostri legni al fuoco dell’assalitore che ha potenti cannoni: lo abborderemo questa notte, se occorre. Non lasciamolo sfuggire giacché il leone si è gettato dinanzi alla tigre.

L’incrociatore avea preso posto a seicento metri dalla costa e si teneva sotto macchina senza gettare il più piccolo ancorotto onde tenersi completamente libero nei suoi movimenti, assalire o retrocedere, determinato a scovare i pirati a colpi di cannone. Il suo pezzo di prua, senza dubbio un grosso cannone, tuonava ogni cinque minuti cangiando direzione, tirando a caso, non giungendo a scorgere i due legni che, semi nascosti e nel più profondo silenzio, scendevano lenti lenti la corrente aspettando l’istante di correre all’abbordaggio.

Tutti i pirati erano pronti a qualunque sacrificio, decisi di sbarazzare il loro mare da un nemico sì potente che finiva col diventare uno spauracchio anche pei più coraggiosi. Ognuno si giurava di farla finita una volta giunto sul ponte dell’incrociatore, scannare il nemico benché tre volte più numeroso o almeno farlo saltare colla Santa Barbara. Sandokan aveva dato gli ordini precisi, niuno li avrebbe cangiati; guerra avea promesso, guerra doveva essere. La vittoria sarebbe venuta dopo.

I due prahos continuarono a scendere la corrente senza più inquietarsi delle detonazioni dell’incrociatore. Le palle fischiavano nei boschi abbattendo gli alberi, rimbalzando fino al fiume, forando più d’una volta le vele, ma non si rispondeva. Si voleva mordere la carne del leone.

A venti metri dalla foce fu visto il legno nemico che continuava a tirare col solo pezzo di prua. Patau ad un segno del capitano si curvò sul cannone che pareva impaziente di ruggire.

— Guarda! Guarda! — esclamò Sandokan volgendosi verso il prahos che veniva dopo.

Una nube di fumo sfuggì dalla prua del legno da guerra seguita da una detonazione che si ripercosse sotto gli alberi della costa. La prua del prahos fu passata da un proiettile come fosse stata di cartone, facendo saltare le tavole del castello su cui poggiava il cannone. Il pezzo si rovesciò mentre una colonna d’acqua si precipitava fischiando nella stiva.

— Quei cani là tirano a meraviglia! — esclamò un Daiasso, che si precipitò con tre o quattro altri compagni sotto coperta, dove l’acqua di già invadeva il paramezzale.

— Se non ci sbrighiamo, la sarà finita prima di filare cento braccia — mormorò un Giavanese.

— Silenzio! — gridò Sandokan facendo lampeggiare la lama della scimitarra.

Il legno da guerra alla vista dei due prahos pirateschi aveva, dopo il colpo di cannone così fortunatamente riuscito, fatto un mezzo giro a tribordo dirigendo la prua verso il nemico, pel quale pareva avere un certo rispetto che poteva chiamarsi un po’ di paura, ad onta della sua mole e della sua potente artiglieria. Si udiva sul suo ponte rullare il tamburo e squillare la tromba come in un giorno di battaglia, uomini che comandavano e lo sbuffar della macchina che vomitava torrenti di fumo dalla ciminiera ristretta in mezzo ai quali scintillavano delle scorie.

Da ogni parte si vedevano artiglieri in posizione dietro i loro pezzi col cordone tira-fuoco in mano pronti a bombardare il nemico con turbini di ferro, soldati dalle giacche rosse visibili a grandi distanze e che offrivano un sicuro bersaglio e marinai armati di carabine issati sulle coffe, sui pennoni, sulle sartie, sulle griselle che gesticolavano vivamente impazienti di cominciare il loro formidabile fuoco di moschetteria.

Sandokan a tutti quei preparativi, a tutte quelle mosse del legno da guerra che si teneva sotto vapore per battere in ritirata dinanzi a trentasette uomini, si era messo a ridere. Quell’uomo singolare trovava che tutti quei preparativi erano ancor pochi dinanzi a lui, cui il nome sol bastava a triplicare le forze dei suoi pirati.

— Eh! — esclamò egli rizzandosi quanto era lungo. — Non scherziamo di troppo, figli miei, che il leone ha aperte le sue unghie. Orsù, tigrotti miei, mano ai remi e a tutta velocità all’arrembaggio senza risparmiare, fra mezzo, qualche moschettata. Una volta sul ponte, sangue e cadaveri!

— Sangue! Sangue! — urlarono come un sol uomo i due equipaggi.

— Ai remi! Ai remi! — comandò Patau sempre in posizione dietro al suo cannone, che andava accarezzando.

Trenta uomini, trenta macchine dalle braccia d’acciaio, si precipitarono sotto coperta dei due prahos che si tenevano a una rispettabile distanza l’un dall’altro per non offrire una mira troppo facile al nemico. Due secondi dopo i legni corsari, guizzanti come pesci, rapidi come battelli a vapore, uscivano a tutta velocità in pieno mare abbandonando ogni precauzione, movendo dritti al legno da guerra che continuava a presentare la prua a meno di cento metri dalla costa.

— Ah! — esclamò Sandokan quando vide la coperta del suo prahos quasi sgombra. — La danza sarà tremenda, ma si danzerà, se il birbante non si risolve a fuggire.

Egli si avvicinò a prua, dove Patau e quattro compagni lo aspettavano dietro il pezzo. Esaminò per qualche istante il legno nemico che aveva sospeso il fuoco intento senza dubbio in qualche audace manovra, e volgendosi verso il Malese sempre impassibile:

— Orsù, Patau, non abbiamo un istante da perdere. Seicento metri sono come seicento colpi di cannone, bastanti per fracassare le ali ai nostri legni. Colpo per colpo, occhio per occhio, dente per dente. Quando non avrai più occhio sicuro, cedi il posto e arresta la palla col petto!

— Bene, capitano — rispose il Malese. — Or mi vedrete all’opera!

Patau era uno dei migliori artiglieri che contasse la pirateria, un brav’uomo in fatto di colpi di cannone che sapeva dare alle palle una direzione infallibile che fracassavano sempre. Egli si curvò sul suo pezzo mirando il ponte dell’incrociatore, poi si rizzò colla miccia in mano.

Ancor prima che Sandokan avesse dato il comando, un lampo balenò a prua dell’incrociatore seguito da una sorda detonazione. La maistra fu tagliata nettamente come un giunco e precipitò sul ponte coprendolo a metà colla sua vela e coi suoi pennoni, mentre l’altro prahos rispondeva fracassando il bompresso che volò in mare a meno di un piede dal cannone ancora fumante.

— I nostri uomini cominciano bene! — disse Sandokan, traendosi di sotto le pieghe della vela. — Animo, Patau, rispondi alla provocazione! Fracassa loro qualche albero o fa saltare quel dannato cannone di prua.

— Eccomi, capitano. Colpo per colpo! Occhio per occhio! — rispose il Malese.

Avvicinò la miccia e dié fuoco. Il cannone s’infiammò ruggendo, vomitando ferro e fumo; il suo proiettile che si allontanava pochi metri sopra il livello del mare andò a schiantare la passerella del comandante con matematica precisione, mozzando nel medesimo colpo la ciminiera il cui fumo si sparse pel ponte soffocando i combattenti di babordo che dovettero abbandonare il posto.

— Ehi, Patau! — esclamò Sandokan cacciando la barra a tribordo. — Non addormentarti sul pezzo; fracassa se puoi la macchina a quel leone, fa saltare il suo magazzino delle polveri, fa mordere alle tue palle i cannoni del nemico. Non vedi tu, che si addormenta ancora?

Il vascello da guerra, colpito ripetutamente, pareva sorpreso di quel fuoco così matematicamente diretto. Il suo pezzo di prua non ruggì più, l’equipaggio si ritrasse dietro le murate precipitosamente, e il legno virando ancora presentò il tribordo al nemico che si avanzava ratto ratto a tutta forza di remi.

Pareva che si disponesse in maniera da fulminare con i suoi sei o sette pezzi i due legni corsari, che certamente non dovevano trovarsi a tutto loro agio in quel terribile duello, dove tutti i possibili svantaggi erano a loro conto. Sandokan stesso parve inquietarsi di quella manovra.

— Il nemico ci schiaccerà! — esclamò egli. — Se non l’abbordiamo tra cinque minuti saremo battuti.

In un salto si precipitò sotto coperta. I quindici uomini remigavano furiosamente coi pugnali fra i denti facendo sforzi sovrumani, incoraggiandosi col gesto e coll’esempio, promettendosi reciprocamente morti e sangue. Non occorreva di più per fargli raddoppiare le forze che toccavano l’estremo. — Non perdete un colpo di remo! Il nemico ci fugge! — gridò Sandokan arrivando fino ai banchi.

— Tuoni di Satana! — esclamò il Malese che tendeva i muscoli fino a farli quasi scoppiare.

— Dobbiamo adunque salire in coperta coi moschetti? — domandò un Daiasso.

— Silenzio! Ai remi! Ai remi! — comandò Sandokan.

Un nuovo colpo di cannone scoppiò al largo. Una palla di piccolo calibro, facendo saltare una tavola due piedi sotto il ponte, scoppiò nella stiva a pochi passi da Sandokan, che rimase impassibile. Una scheggia rimbalzando contro un’âncora, andò a fracassare la testa di un remigante che rotolò senza gettare un grido sotto i banchi spruzzando i compagni di sangue e di cervella. — Vedete che la danza comincia — disse freddamente Sandokan e risalì in coperta mentre i suoi uomini remigavano furiosamente inebbriandosi nel sangue dell’estinto compagno.

— Quel dannato là non perde i suoi colpi — mormorò Patau. — Ecco che si sveglia.

— Fuoco, Patau! Rompi le ali e fa saltare quella dannata batteria! — gridò Sandokan.

Ancora il legno nemico lo prevenne. Due colpi di cannone scoppiarono simultaneamente e due palle prendendo due diverse direzioni giunsero ancora una volta a destinazione. I due prahos ricevettero la scarica in pieno ventre e lo scoppio che ne seguì portò la morte di due remiganti.

— Ah! miserabile! — urlò Patau. — È così che si risponde. Aspetta un po’, vedrai!

Per la seconda volta accostò la miccia al cannone. La detonazione non era ancor terminata che il legno nemico parve incendiarsi. Un uragano di ferro volò sui due prahos allora lontani quattrocento passi, a cui risposero urla di furore e le scariche delle spingarde di poppa. Pirati, remi e artiglieri andarono sottosopra sotto il nembo di mitraglia; i due prahos furono rasati come pontoni.

Non avea ancor finito la scarica che ne seguì una seconda, poi il legno da guerra avvolto in nembi di fumo, crepitante sotto la moschetteria che grandinava palle sul nemico reso impotente in mezzo a quella tempesta che sfasciava i deboli suoi legni, si mise a indietreggiare a tutta velocità portandosi fuori di un possibile abbordaggio a seicento metri più lontano.

— Ah! miserabile! — urlava Sandokan rimasto illeso fra quell’uragano di scaglie.

Patau e due uomini rovesciati dalla caduta del trinchetto e dal cannone a metà sprofondato sul castello schiantato, si rizzarono quasi subito. Il pezzo d’artiglieria, trascinato in mezzo al ponte solcato in mille guise dal ferro nemico, fu in batter d’occhio caricato e puntato.

— Abbiamo da continuare la manovra? — domandò il Malese che si accingeva a rispondere ancora.

Sandokan non rispose. Egli guardò il legno nemico lontano un chilometro e più che fumava puntando le artiglierie verso la costa e che virava di prua con insolente provocazione, forte del suo diritto e dei suoi potenti mezzi. Egli misurò coll’occhio la distanza, guardò i prahos e si morse le labbra. Tirar innanzi, inseguire quel nemico fuggente che aveva il vento nel ventre e sì numerose artiglierie, sarebbe stata una pazzia. I due prahos di già seriamente avariati era da vedersi sarebbero stati sfasciati ancor prima di giungere all’abbordaggio. Tanto valeva farsi uccidere sotto la costa da pari a pari, in terra, petto contro petto, arma contro arma. Egli si avvicinò a Patau.

— Noi abbiamo preso una falsa via — diss’egli. — Il nemico è più forte di quanto credevo. Non vedi tu che ci sfugge quando tentiamo abbordarlo? Un cannone contro sei, è troppo!…

— Lo so bene io. Se non avesse la macchina nel ventre! — rispose il Malese quasi ferocemente.

— E due soli cannoni — aggiunse uno dei pirati che succhiavasi il sangue colante da un dito mozzato.

— Un’ultima prova, Patau. Fammi largo, va a rianimare i miei uomini nella stiva, fa avvicinare il prahos, lega i due legni assieme. Due cannoni e due spingarde possono ben far ruggire la tigre e mordere il leone che fugge come un codardo… Va, Patau, va! Se giungo ad abbordarlo ti prometto cento cadaveri.

Il Malese scomparve nella stiva e ne uscì un momento dopo traendosi dietro il drappello ridotto a soli dodici uomini. Con un fischio chiamò gli uomini dell’altro prahos. Il restante della manovra si compié con fantastica rapidità; i legni si trovarono ormeggiati, formando un sol ponte che presentava una formidabile batteria al nemico, ancor prima che questi potesse comprendere il piano del pirata.

Dinanzi alla batteria venne gettato tutto ciò che poteva servire per un riparo. Botti ripiene di palle, rottami, âncore, vecchi cannoni inchiodati che formavano parte della zavorra, e dietro a quella barricata si affollarono i pirati colle mani raggrinzate sulle carabine e i denti stretti sulle lame dei pugnali che scintillavano fra le labbra frementi. Otto uomini, i feriti, ma ancor robusti manovravano di remi al di sotto dei ponti, che scricchiolavano sotto i piedi dei combattenti anelanti carneficina.

La nave da guerra aveva allora arrestata la mossa retrograda. La ciminiera smozzata eruttava nubi di fumo e le ruote mordevano le acque spumeggianti. Essa si avanzava diritta alla batteria galleggiante colle gole fumanti dei cannoni puntati sul nemico e lo sperone a metà sommerso quasi avesse l’audace progetto di cozzarvi contro. Era quello che aspettava Sandokan.

Un minuto dopo i cannoni da ambo le parti ricominciavano la musica infernale. Si rispondeva colpo per colpo, palla per palla, mitraglia per mitraglia. Le due macchine da guerra si fulminavano a vicenda, in un duello mortale, movendosi incontro, proteggendosi con uragani di ferro, che sibilavano nell’aria e che mordevano tigre e leone, frantumando attrezzi, atterrando uomini.

Non si scorgevano quasi più, avvolti com’erano tra nembi di fumo che una calma assoluta manteneva al di sopra dei ponti, ma che montava? Da ambe le parti si ruggiva con egual furore, da ambe le parti si mordeva malgrado la sproporzione dei mezzi e delle forze.

I due prahos non la cedevano al vascello. Lampeggiavano, eruttavano ferro, non perdevano né un colpo, né un momento che poteva a loro costare una completa rotta. Forati, rasati, schiantati di tavole, sdrusciti, avanzavano non ostante la tempesta di palle che struggeva lo scarso quanto coraggioso equipaggio. Il delirio si era impadronito di quegli uomini che scemavano a vista d’occhio sotto il tiro micidiale del numeroso nemico, che si teneva sempre fuori di portata di un abbordaggio dove avrebbe potuta avere la peggio.

Patau, fedele alla parola data, aveva arrestato col suo petto la palla tirata sul suo cannone, ed era morto al suo posto, ma che montava? Gli artiglieri dei due prahos erano per metà fuori di combattimento, gli uni senza braccia dalle cui ferite uscivano torrenti di sangue spumoso, gli altri coi fianchi squarciati dalla mitraglia e il rimanente morti, ma che valeva? Nuovi artiglieri manovravano ai pezzi, uno dei quali era stato smontato, e facevano bravamente il loro dovere forando, spezzando, struggendo, e dietro a essi si affollavano tutti gli altri, anelanti, anneriti malgrado il fosco colore delle loro pelli dalla polvere dei cannoni e dei moschetti.

Il ferro turbinava attorno ad essi, staccava braccia e forava petti, troncava gambe e fracassava teste, sibilava sui ponti facendo saltar le tavole, schiantando le murate, tracciando solchi profondi nei più duri legni. Il fumo avviluppava quei due poveri legni corsari ridotti a brani, che non avevano più l’apparenza di velieri, ma sopra di essi ruggivano ancor delle tigri affamate, assetate di sangue che calpestavano i cadaveri dei compagni per farsi innanzi, che guazzavano nel sangue, che agitavano le armi, che chiamavano, che insultavano, che urlavano contro il nemico che sfuggiva l’abbordaggio.

Si vedevano volti foschi, raggrinzati pel furore, occhi iniettati di sangue che schizzavano fuoco a ogni lampeggiar dei cannoni, bocche che masticavano i pugnali sotto i denti freneticamente stretti, mani che facendosi scudo coi cadaveri dei compagni traevano moschettate colla speranza di abbattere a ogni colpo un nemico e in mezzo ad essi, Sandokan, che colla scimitarra in pugno rianimava i combattenti fra un nembo di palle che saltavano e fischiavano a lui dintorno, ora bestemmiando e comandando con una voce che risuonava come una tromba fra tutte quelle detonazioni e quegli scoppi e che ora diventava ruggente come il ruggito della Tigre della Malesia di cui egli ne portava il nome.

La terribile battaglia durò venti minuti, non di più. D’ambe le parti vi fu una breve sosta durante la quale Sandokan, prevedendo la completa disfatta dei suoi, comandò la ritirata.

Il nemico incalzava valendosi delle sue potenti artiglierie, sei volte maggiori di quelle che possedevano i pirati ridotte si può dire a un nulla. I due prahos tutti sdrusciti, tutti un foro, mezzi pieni d’acqua che continuava trapelare malgrado i tappi frettolosamente cacciati dai pirati, non si mantenevano più a galla, e non erano più in caso di tener ancora testa in pieno mare a quel vascello ferrato. Artiglieri e marinai non erano in un miglior stato: ci voleva assolutamente la ritirata per non venire totalmente schiacciati, e la ritirata, comandata per la prima volta in tanti anni di pugne dalla Tigre, cominciò lenta lenta per quanto lo permettevano gli uomini di bordo gran parte dei quali erano morti o feriti.

Il legno da guerra non per questo si arrestò, e parve deciso a inseguire i due legni fino sotto costa malgrado la poca profondità delle acque e i numerosi banchi subacquei.

Arrestò la sua mossa retrograda e cominciò avanzarsi a piccolo vapore, eruttando pari a vulcano fumo e fiamme.

Le palle ricominciarono a grandinare fitte fitte sui due poveri prahos, facendoli a brani. L’opera di distruzione ricominciò più tremenda di prima.

— Ah! ricominci adunque, nave maledetta! — esclamò Sandokan con indicibile accento. — Seguimi sino alla costa, vieni assalirmi laggiù al fiume se hai del coraggio, lancia i tuoi uomini a terra. Darei tutto il mio sangue per misurarmi petto a petto coi tuoi marinai.

Egli volse uno sguardo attorno e misurò la distanza che lo separava dalla costa. Vi erano quattrocento metri ancora da percorrere, distanza sufficente per venire completamente schiacciati prima di giungere alle prime scogliere.

Egli mandò una bestemmia, fece un salto da tigre e scartando col rovescio della scimitarra tre uomini avventossi sul cannone di prua ancor fumante.

— Tutti a bordo del mio prahos! — gridò con voce tonante. — Taglia le corde! Tutti ai remi! Se si vuol giungere salvi alla costa bisogna raggiungerla in meno di quaranta secondi.

I pirati sparsi sui due ponti si slanciarono su quello di Sandokan che pareva essere in miglior stato dell’altro. Le corde furono tagliate, la carcassa abbandonata alle onde coi suoi cadaveri e coi suoi due pezzi smontati, e gli uomini che ancor avevano delle braccia scesero nella stiva affollandosi ai remi. Sandokan e tre artiglieri rimasero soli sul ponte a rispondere al fuoco del nemico.

— Orsù, figli miei, del coraggio! — disse Sandokan, acquistando quella calma che occorre a un artigliere. — Siamo stati respinti se non battuti; la danza continua e noi danzeremo!

Quell’uomo singolare, senza curarsi delle scariche tremende del nemico che fulminava il prahos, si accostò con tutta calma al suo unico pezzo soffiando sulla miccia, con l’occhio in fiamme che tradiva la collera. Egli si curvò sul pezzo mentre il legno volava verso la costa.

— Aspetta, miserabile, ti fracasserò il tuo pezzo di prua!

Lo scoppio accompagnò l’ultima parola. Sandokan fece un salto innanzi in mezzo al fumo quasi volesse seguire coll’occhio l’invisibile palla, cui egli avea saputo dare una direzione infallibile. Un momento dopo una nube di fumo si alzò da prua dell’incrociatore, e le tavole del castello saltarono assieme al pezzo designato ed agli uomini che lo manovravano. Egli sorrise.

— Colpo per colpo — mormorò egli mentre i suoi uomini caricavano il cannone.

Una palla partita dal legno nemico sibilò alle sue orecchie. Gli mancò il respiro, mentre una seconda rimbalzava sull’ancorotto e scoppiava rumorosamente nella stiva al di sotto del cassero.

— Oh! Oh! La cosa diventa seria. Aspetta un po’, aspetta! — muggì egli.

Il suo secondo colpo partì fortunato come il primo. La maistra spaccata a due piedi sopra il ponte precipitò attraverso la prua con tutti i suoi uomini delle coffe e dei pennoni. Una ventina di marinai caddero in mare. Il fuoco della nave si arrestò quasi subito per dar tempo ai suoi di cominciare l’opera di salvataggio. Quel momento di tregua bastò per salvare il prahos, che a tutta forza dei suoi quindici remi guadagnò la costa cacciandosi nelle paludi del fiumicello.

Era tempo. Il povero legno corsaro empito a metà d’acqua non si sosteneva più; affondava lentamente sotto il peso, gemeva come un morente che non sa decidersi abbandonare la vita. Sandokan, che abbandonato il cannone aveva ripreso la ribolla, dovette arenarlo per impedire di andarsene completamente a picco. I suoi uomini uscivano allora dalla stiva dove l’acqua giungeva fino ai loro fianchi. Avevano abbandonato i remi per impugnare le armi pronti a ricominciare la lotta sempre con l’eguale coraggio e coll’egual ferocia. Sandokan li arrestò con un gesto e li chiamò intorno a sé, mentre che sul mare il cannone continuava a tuonare contro il prahos abbandonato che a poco a poco sprofondava.

— Non una parola — disse Sandokan quando li ebbero contati. — Quindici uomini perduti, quindici di meno che rivedranno Mompracem e nulla di più. Siamo ancora forti, e il vascello, in non miglior stato di noi, è ancora là ad aspettarci. Noi andremo ancora in mare ad attaccarlo.

Nessuno di quegli uomini disse verbo, tanto erano obbedienti e tanto credevano alla voce del capo. Solo Sabau si fece innanzi, non per fare osservazioni e meno ancora per lamentarsi benché avesse un braccio ferito da una scheggia di mitraglia, ma per reclamare il suo diritto.

— Patau è morto — disse il Malese. — Debbo prendere il suo posto?

— È giusto — rispose Sandokan. — Vedi, mio bravo Malese, siamo stati respinti, ma non battuti, da un nemico che si nasconde dietro il ferro, che rugge più di noi e che ha più denti. Non possiamo rimanere noi, i pirati di Mompracem, prigionieri su quest’isola che è terra di loro. Il nemico ci spia, ci taglia la ritirata perché è forte. Ci faremo ammazzare ma è d’uopo che abbandoniamo oggi queste coste che domani saranno nostre. Mi comprendi tu, Sabau?

— Si tratta di sforzare il passo, ecco tutto — rispose il Malese. — Giacché l’ordinate, si farà.

— Sì, lo si farà — risposero in coro, ma con truce espressione i pirati affollati attorno il capo.

— Sono le sei — continuò Sandokan guardando il sole. — Fra tre ore tutto sarà oscuro, non vi sarà lume di sorta, le tenebre saranno con noi. Usciremo in pieno mare e senza trar cannonate in silenzio come ombre, e quando il nemico si accorgerà della gherminella noi saremo a Mompracem.

— E poi? E poi? — domandarono i pirati, le cui dita fremevano stringendo le armi.

Sandokan si mise a sogghignare:

— Poi — diss’egli con voce cupa, — vi farò vedere Labuan rischiarata dagli incendi, vi farò vedere ruscelli di sangue umano scorrere pei boschi, e vi farò vedere una montagna di scheletri!

Volse le spalle alla sua banda che applaudiva freneticamente e andò a sedersi con Sabau a prua, puntando il cannone verso l’ingresso della foce, in maniera da poter difendere l’entrata contro un possibile attacco.

I suoi uomini, curati in furia i feriti, senza che questi emettessero il più piccolo lamento quantunque ve ne fossero di quelli ai quali la mitraglia aveva scarnato orrendamente braccia e gambe, si rimisero a lavorare con un ardore che giungeva al delirio.

Bisognava nelle tre o quattro ore che rimanevano rendere quel prahos sconquassato e sdruscito, navigabile se si voleva sfuggire la notte stessa alla crociera. Il lavoro fu subito cominciato da quei pirati, in mezzo ai quali trovavansi dei carpentieri che avrebbero dato dei punti a carpentieri europei e marinai cui nulla era impossibile.

Cominciarono a turare i fori fatti dalle palle con tappi di diverse grossezze, turare le lacerature fatte dalla mitraglia, mediante lamine di rame, e ribattere le tavole schiantate, e raddrizzare le murate abbattute.

L’acqua della stiva venne vuotata a furia di mastelli mancando di pompa, i timoni vennero rimontati e gli alberi rialzati assicurandoli colle manovre vecchie e coprendoli con nuove vele di ricambio.

Vennero prese anche misure contro un nuovo attacco potendosi dare che quantunque la notte fosse oscura la fuga venisse scoperta, ricominciando così la battaglia che né il prahos né l’equipaggio sarebbero stati capaci di sostenere.

Non avendo che un solo cannone, essendo stato l’altro smontato assieme alle spingarde, venne rizzata dinanzi una barricata con tronchi d’albero e botti ripiene di terra onde proteggerlo. Alle otto, nel momento che il sole precipitava all’orizzonte, tutto era pronto per la fuga; non restava che spingere il prahos nell’acqua. La nave da guerra aveva da un’ora cessato il fuoco che non otteneva altro vantaggio che quello di bombardare le foreste e si era portata al largo sicura che in quella notte i pirati non avrebbero tentata la fuga.

Alle nove un pirata fu mandato da Sandokan fino alla costa. Attraversò le foreste e ritornò assicurando che l’incrociatore dormiva all’âncora. Era il momento scelto senza aspettar la mezzanotte in cui di solito si tentano le fughe o gli attacchi e il nemico veglia forse più attentamente d’ogni altra ora.

— Andiamo — disse Sandokan abbandonando il suo posto. — Silenzio assoluto, soprattutto.

Egli fece un leggero cenno a Sabau. Bastò.

Quindici pirati entrarono nell’acqua e con una scossa spinsero il prahos nel fiume.

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