I traditori (quarta parte)

– Sembra.

– Quali prove ha il generale per non crederci di essere delle persone oneste, qui venute per combattere al vostro fianco?

– Pare che qualcuno gli abbia fornito delle prove.

– Che noi siamo delle spie?

– Lo ignoro, signori. Riposate meglio che potete e fate onore alla cena che è abbondante e svariata.

Troverete anzi un pasticcio che v’invia uncipai che voi conoscete e che mi ha pregato di portarvelo.

– Bedar? – chiese Tremal-Naik.

– Sí. Bedar.

– Lo ringrazierete da parte nostra, – disse Yanez, – e gli direte che non lo metteremo da parte, anzi.

Ilsubadhar fece fare alla sua scorta un dietro fronte, e uscí un po’ rattristato che uomini cosí intrepidi si assassinassero senza nemmeno giudicarli, e senza prima udire le loro discolpe.

– Un pasticcio mandatoci da Bedar! – esclamò Yanez, quando la porta fu rinchiusa. – Che contenga qualche cosa che possa esserci utile?

Sandokan aprí con precauzione la cesta che i due indiani avevano portata e che era assai alta, anzi piú alta che lunga, e levò un pasticcio superbo in forma di torre, con una splendida crosta d’un bel giallo dorato, ed un contorno di ananassi canditi che rappresentavano la merlatura.

– Per Giove! – esclamò Yanez, aspirando il profumo che esalava, con visibile soddisfazione. – Non credevo che gli indiani fossero cosí abili pasticcieri e che qui si trovasse un simile capolavoro.

– Deve essere stato comperato in città, – disse Tremal-Naik.

– Ben gentile quel Bedar.

– O piú furbo che gentile? – disse Sandokan, afferrando una piccola forchetta di stagno e preparandosi a levare la crosta superiore che formava come il terrazzo della torre.

– È cosí ampio che mi pare impossibile non debba nascondere qualche cosa nel suo interno.

Levò delicatamente gli ananassi, poi sollevò la crosta. Tosto un grido di sorpresa e anche di gioia gli sfuggí.

– Ah! Me l’ero immaginato!

La torre era vuota internamente, ossia veramente vuota no, poiché si scorgevano in fondo degli oggetti che Sandokan si affrettò a trarre.

Vi era un grosso gomitolo di corda di seta, non piú grossa d’un semplice gherlino, ma certo d’una resistenza tale da sostenere facilmente un uomo, senza pericolo che si spezzasse, poi quattro piccole lime e finalmente tre coltelli.

Ultimo a uscire fu un pezzo di carta, su cui erano tracciate delle lettere.

– Leggi, – disse, passandolo a Tremal-Naik.

– È di Bedar, – rispose il bengalese. – Ah! Il brav’uomo!

– Che cosa dice? – chiesero ad una voce Yanez e Sandokan.

– Che a mezzanotte ci caliamo nella cinta dove ci aspetterà e che tiene pronto un elefante per favorire meglio la nostra fuga.

– Come può aver trovato un elefante? – esclamò Yanez.

– Lo avrà noleggiato a Delhi, – rispose Tremal-Naik. – La cosa è facile quando si ha qualche centinaio di rupie, una somma abbastanza modesta che anche uncipai può possedere.

– E che gli frutteranno bene se riuscirà a salvarci, – disse Sandokan. – Per fortuna il generale non ci ha fatto frugare.

– Ne hai molti dei diamanti ancora? – chiese Yanez. – Nel caso io ho la mia riserva.

– Lasciala in riposo la tua riserva, – rispose Sandokan. – Quarantamila rupie me le possono pagare a occhi chiusi presentando la mia borsetta.

Basta colle chiacchiere. Il sole è tramontato e la faccenda sarà lunga.

– Le lime indiane valgono quelle inglesi, – disse Yanez. – Le sbarre cadranno prima di due ore, quantunque siano grosse.

S’accostarono ad una finestra e guardarono attentamente se vi era qualche sentinella nascosta fra le macerie.

– Nulla, – disse Sandokan. Non sospettano di noi.

– Facciamo sparire la cena e poi al lavoro, – disse Yanez. – Facciamo soprattutto onore al pasticcio di quel caro Bedar. A tavola amici e poi daremo dentro alle sbarre di ferro.

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