La caccia alle tigri di Mompracem (prima parte)

Un quarto d’ora dopo, assicuratisi nuovamente che nessun ribelle vigilava dalla parte della cinta, i malesi attaccavano febbrilmente le grosse sbarre di una delle finestre, limando con furore.

Sandokan, Yanez, e Tremal-Naik, per impedire che si udisse al di fuori lo stridere del ferro, si erano messi a canticchiare ed a parlare ad alta voce, precauzione forse superflua poiché pareva che la torre non fosse abitata da alcun essere vivente.

Qualche sentinella doveva certo vegliare dinanzi all’entrata, ma non vi era pericolo alcuno che potesse udire il rumore, d’altronde lieve, prodotto da quei piccoli istrumenti.

Bedar non doveva essere lontano. Già tre volte un fischio stridente si era fatto udire fra il silenzio della notte, in direzione del tamarindo.

Probabilmente il bravocipai , come al mattino, si era nascosto fra il folto fogliame della pianta, onde vegliare ed impedire che qualcuno s’accostasse.

Alle undici già due sbarre erano strappate e non ne mancava che una per avere uno spazio sufficiente.

Sandokan, Yanez, ed il bengalese avevano surrogati i malesi assai stanchi, onde affrettare il lavoro.

Mancava un quarto alla mezzanotte allorquando anche l’ultima sbarra, sotto un colpo poderoso di Sandokan, fu strappata.

– La via è libera, – disse la Tigre della Malesia, respirando a pieni polmoni l’aria fresca della notte. – Non ci rimane che gettare la corda di seta.

– E di armarci di queste sbarre che potrebbero esserci utili in caso d’un attacco, – rispose Yanez. – Con un colpo si può ammazzare un uomo.

– Non le avrei lasciate qui, – rispose Sandokan.

Prese il gomitolo, lo svolse, lasciando penzolare al di fuori un capo e assicurò l’altro alla quarta sbarra, dopo averne provata la solidità.

– A me l’onore di scendere pel primo, – disse.

Si cacciò nella fascia uno dei tre coltelli, passò attraverso la finestra e si appese alla cordicella, dicendo ai suoi compagni:

– Pensate a proteggere la ritirata, voi.

– Nessuno entrerà, fino a che non sarete tutti discesi, – rispose Yanez, impadronendosi d’una traversa e collocandosi dietro la porta di bronzo.

– Ed io ti tengo compagnia, – aggiunse Tremal-Naik.

– Per Giove!

– Che cos’hai? – chiese Sandokan, arrestandosi.

– Mi pare che qualcuno salga la scala.

– Appoggiatevi alla porta ed impedite l’entrata.

– È troppo tardi!

Uno spazio di luce era penetrato sotto la fessura inferiore e la voce delsubadhar si era fatta udire.

– Prepariamoci ad accopparlo, – disse Sandokan, prendendo pur lui una sbarra di ferro. – A me, malesi!

I quattro marinai si erano slanciati come un solo uomo verso il loro capo, pronti ad impegnare una lotta suprema.

– Sandokan, – disse in quel momento Yanez, che non perdeva mai il suo sangue freddo. – Lascia fare a me. Coricatevi tutti e fingete di dormire. M’incarico io di mandare al diavolo quell’eterno seccatore. Una lotta non potrebbe che perderci.

– Sia, – rispose Sandokan, – ci terremo pronti ad impegnarla, se ilsubadhar avesse qualche sospetto.

Si erano appena coricati lungo una parete, nascondendo i coltelli e le sbarre sotto i loro corpi, quando comparve ilsubadhar con una lanterna accesa in mano, accompagnato da alcuni soldati che avevano le baionette inastate.

Yanez si era vivamente alzato, fingendosi di pessimo umore e dicendo:

– Che non si possa dormire nemmeno l’ultima notte che si sta sulla terra? È un paese maledetto dunque questo? Che cosa volete ancora,subadhar ? Ripeterci che domani mattina ci fucileranno? La notizia è perfino troppo vecchia ed è divenuta noiosa.

L’indiano aveva ascoltato quel torrente di parole con una meraviglia facile a comprendersi.

– Perdonate, – disse finalmente, – io non vi avevo detto ciò con piena sicurezza. Era una mia supposizione.

– E volete concludere? – chiese Yanez, aggrottando la fronte.

– Che il generale mi ha incaricato di confermarvela e di chiedervi se desiderate qualche cosa.

– Dite a quel noioso che noi abbiamo bisogno di fare una buona dormita. Udite? I miei compagni russano.

– Avvertiteli.

– Sí, domani e andatevene al diavolo.

Ciò detto Yanez si ricoricò, brontolando e bestemmiando.

Ilsubadhar rimase qualche istante perplesso, poi, vedendo che nessuno si curava piú di lui, augurò la buona notte e se ne andò chiudendo la porta con precauzione.

– Che ti colga il cholera, – disse Yanez, rialzandosi. – Aspetta di fucilarci, briccone!

– La tua prudenza ed il tuo sangue freddo valgono mille volte piú della mia impetuosità, – gli disse Sandokan. – Io per esempio li avrei assaliti ed accoppati a colpi di sbarra e vi avrei forse perduti invece di salvarvi.

– Sono il tuo regolatore, – rispose il portoghese, ridendo. – Sbrighiamoci, amici, o Bedar s’impazientirà.

Sandokan sali sulla finestra, s’aggrappò alla corda e si lasciò scivolare fino a terra senza fare rumore alcuno.

Si guardò intorno, impugnando la sbarra, e non scorse nessuno. Mandò un leggero sibilo per avvertire i compagni che nessun pericolo li minacciava e poco dopo scendeva Yanez, seguito subito da Tremal-Naik.

I malesi si calavano a loro volta, uno dietro l’altro.

– Dove sarà Bedar? – chiese Sandokan.

Si era appena rivolta quella domanda quando vide apparire confusamente, sulla cinta, una forma umana.

– Chi sei? – gli chiese sottovoce Tremal-Naik.

– Io: Bedar.

– C’è nessuno?

– No, ma affrettatevi: i due Thugs non tarderanno a giungere.

I fuggiaschi scavalcarono rapidamente la cinta e seguirono ilcipai che allungava il passo.

– Dove ci conduci? – gli chiese Tremal-Naik.

– Nel bosco, signore, – rispose ilcipai . – È là che si trova l’elefante.

– Come hai fatto a procurarti quell’animale?

– L’ho preso a nolo da un mio amico di Delhi. È giunto qui appena tre ore fa.

– E dove ci condurrai?

– Faremo un largo giro onde far perdere le vostre tracce, poi cercherete di entrare in città.

La sorveglianza non è ancora molto rigorosa, non essendo l’assedio cominciato.

– Tu poco fa mi hai parlato di due Thugs. Spiegati meglio.

– Sono quei due indiani che tenevano il viso coperto. Sono stati essi a riconoscervi e ad esigere la vostra morte, minacciando, in caso contrario di far abbandonare da tutti i settari la causa degl’insorti.

– E Abú ha ceduto?

– Sono ancora potenti i Thugs e si trovano in buon numero a Delhi. Affrettatevi, signori; possiamo essere seguiti.

– Da chi? – chiese Sandokan.

– Da quei due uomini. So che vi sorvegliavano strettamente e che ogni due o tre ore si recavano alla torre.

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