Un’ecatombe (terza parte)

La disfatta era completa.

I fanatici, dopo una brevissima resistenza, si erano affollati nella galleria che metteva nella pagoda sotterranea, incalzati dai pirati che non risparmiavano piú nessuno e che sciabolavano spietatamente i meno lesti.

Invano gli strangolatori tentarono chiudere la porta di bronzo che metteva nella pagoda. Le tigri di Mompracem non ne lasciarono loro il tempo ed entrarono quasi insieme nell’immenso sotterraneo nel cui centro, sotto una grande lampada illuminata, s’innalzava una mostruosa statua rappresentante la sinistra divinità, con dinanzi un bacino entro cui nuotavano alcuni pesciolini rossi del Gange, probabilmente dei manghi.

I pirati, guidati da Kammamuri e da Tremal-Naik l’attraversarono di corsa, continuando a fucilare i Thugs che fuggivano dinanzi a loro urlando disperatamente ed entrarono in una seconda caverna, meno vasta della pagoda, dove regnava una umidità straordinaria.

Dalle volte cadevano grossi goccioloni e anche lungo le pareti scendevano dei fili d’acqua che si radunavano in una fossa profonda.

Kammamuri additò a Sandokan una gradinata sulla cui cima si scorgeva una massiccia porta di ferro con numerosi tubi che si diramavano in varie direzioni.

– Mette sul fiume è vero? – chiese la Tigre della Malesia.

– Sí, – rispose il maharatto.

– Datemi due petardi.

– Che cosa volete fare? – chiese de Lussac.

– Inondare i sotterranei: cosí finirà il regno della Tigre dell’India.

– Annegherete tutti!

– Tanto peggio per loro, – rispose Sandokan freddamente. – Ho giurato di venire qui a distruggerli e manterrò la mia promessa.

Preparatevi a fuggire.

Prese dalle mani di Yanez due petardi colle micce già accese, e li collocò presso la porta, poi scese rapidamente gridando:

– In ritirata!

Giunto però sulla porta della pagoda si arrestò, fissando i due piccoli punti luminosi che scoppiettavano sull’ultimo gradino della scala.

Certo voleva accertarsi che l’umidità non spegnesse le micce.

Passarono alcuni secondi, poi un lampo squarciò le tenebre, cui tenne dietro una detonazione formidabile che si ripercosse con cupo rimbombo attraverso le profonde gallerie, seguito da un muggito assordante.

Una enorme colonna d’acqua, anzi una cateratta, si rovesciava nella caverna, spargendosi rapidamente dappertutto.

– In ritirata! – ripeté Sandokan slanciandosi nella pagoda. L’acqua invade i sotterranei!

Tutti fuggivano a precipizio al vacillante chiarore delle torce, mentre alle loro spalle udivano sempre piú il rombo sinistro delle acque del Mangal, precipitantesi attraverso le gallerie ed i sotterranei.

Attraversarono come un lampo la pagoda, mentre in lontananza si udivano le urla spaventevoli dei Thugs che le acque sorprendevano entro i loro tenebrosi rifugi, poi si cacciarono nei corridoi.

Sambigliong, la cui forza muscolare era prodigiosa, portava sempre Surama onde le acque non la raggiungessero.

Stavano per attraversare l’ultima galleria, quando udirono un fracasso spaventevole, come se le volte sotterranee avessero ceduto e un’onda enorme li raggiunse, coprendoli di spuma.

Ma già la pagoda dove avevano sostenuti i primi combattimenti e che non correva alcun pericolo di venire sommersa, non si trovava che a pochi passi.

– Annegatevi tutti! – gridò Sandokan varcando l’ultima porta. Il rifugio dei Thugs non servirà piú che ai coccodrilli ed ai pesci del Mangal.

Quando si trovarono all’aperto, al sicuro dalle acque, scorsero in direzione del banian degli uomini che fuggivano disordinatamente verso le paludi dell’isola.

Alcuni strangolatori piú fortunati dovevano aver raggiunta l’uscita fatta aprire da Suyodhana, ed erano riusciti a salvarsi, ma erano cosí pochi che Sandokan non stimò opportuno inquietarli.

– S’incaricheranno le tigri ed i serpenti di distruggerli – disse.

Quindi volgendosi verso Tremal-Naík, gli disse battendogli su una spalla:

– Ed ora, a Calcutta e poi a Delhi. Qual è la via piú breve?

– Port-Canning, – rispose il bengalese.

– Andiamo! Avrò la pelle di Suyodhana o non sarò piú la Tigre della Malesia.

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