Verso Delhi (prima parte)

Sandokan, Yanez ed i loro compagni udendo quel grido si erano subito fermati, ricaricando precipitosamente le carabine e gettandosi dietro agli alberi.

Si erano appena messi al riparo, quando videro giungere a corsa disperata ilcornac . Il pover’uomo pareva in preda ad un vivissimo terrore e si guardava di quando in quando alle spalle come se temesse di vedersi raggiungere da qualcuno.

– Che cos’hai? Chi ti minaccia? – chiese Bedar, muovendogli incontro.

– Là!… là!… – rispose il conduttore, con voce strozzata.

– Ebbene?… Spiegati.

– Un elefante montato da parecchi uomini.

– Deve essere quello che mancava, – disse Sandokan che li aveva raggiunti. – Avrà attraversato il fiume lungi da qui per prenderci alle spalle.

Dove si è fermato?

– Presso il mio animale.

– Ti hanno veduto a fuggire gli uomini che lo montano?

– Sí,sahib ; anzi mi hanno gridato dietro di fermarmi minacciando di farmi fuoco addosso. Mi porteranno via Djuba, signore, ed io sarò un uomo rovinato.

– Ho qui nella mia tasca di che pagare cento elefanti, – rispose Sandokan, – quindi tu non perderai nulla. E poi noi impediremo a quei bricconi di rubartelo. Amici seguitemi e tenetevi sempre nascosti in mezzo ai cespugli. Vediamo se possiamo sorprenderli.

– E mettere fuori di combattimento anche quel bestione, cosí non potranno piú inseguirci, – aggiunse Yanez.

– Avanti, – comandò la Tigre della Malesia.

Si slanciarono in mezzo ai cespugli che in quel luogo erano assai folti e raggiunsero le grandi macchie, senza che gl’indiani del terzo elefante si facessero vedere.

– Dove si saranno fermati? – si chiese Sandokan, un po’ insospettito.

– Che ci tendano un agguato? – chiese Yanez.

– Ne ho quasi la certezza.

– Conduttore, – disse Tremal-Naik, – siamo vicini al luogo ove hai lasciato Djuba?

– Sí, signore.

– Lasciate che vada un po’ a vedere io, – disse Bedar. – Aspettatemi qui.

– Se li vedi retrocedi subito, – gli disse Sandokan.

Ilcipai si assicurò se la carabina era carica, poi si gettò al suolo e s’allontanò strisciando come un serpente.

– Preparatevi a far fuoco, – disse Sandokan ai suoi uomini. Sento per istinto che quei bricconi ci sono piú vicini di quello che supponiamo.

Non era trascorso mezzo minuto quando un colpo di fucile rimbombò a brevissima distanza.

Un urlo di angoscia vi aveva tenuto dietro.

– Canaglie! – gridò Sandokan, balzando innanzi. – Han colpito Bedar. Avanti, tigri di Mompracem! Vendichiamolo!

In quel momento si udirono i rami della macchia a scricchiolare come se qualcuno cercasse d’aprirsi il passo, poi comparve ilcipai cogli occhi strabuzzati, pallidissimo. Aveva abbandonata la carabina e si comprimeva il petto con ambe le mani.

– Bedar! – esclamò Sandokan, correndogli incontro.

L’indiano gli si abbandonò fra le braccia, dicendo con voce semi-spenta:

– Sono… morto… là… imboscati… sull’elefante… sul…

Uno sbocco di sangue gli troncò la frase. Girò gli occhi verso Tremal-Naik, come per mandargli l’ultimo saluto e scivolò fra le braccia di Sandokan cadendo fra le erbe.

– Uccidiamo quei bricconi! – urlò la Tigre della Malesia. – Alla carica!

I sei pirati, Tremal-Naik ed ilcornac si rovesciarono attraverso la macchia come un uragano, senza prendere piú alcuna precauzione, poi fecero una scarica. Si erano trovati improvvisamente dinanzi al terzo elefante che si teneva immobile sotto un colossale tamarindo, la cui folta ombra lo rendeva quasi invisibile.

Sandokan e Yanez avevano fatto fuoco contro l’animale, gli altri invece avevano diretti i loro colpi sulla cassa che era montata da otto uomini, fra i quali si trovavano i due Thugs dall’enorme turbante.

Sorpresi a loro volta e con tre uomini fuori di combattimento, gl’insorti avevano perduto il loro coraggio, tanto piú che l’elefante, gravemente ferito, aveva cominciato ad infuriare, minacciando di rovesciarli tutti.

Spararono a casaccio le loro armi, poi balzarono a terra a rischio di fiaccarsi il collo, fuggendo come lepri attraverso la macchia.

Sandokan aveva caricata rapidamente la carabina.

– No, briccone, – gridò. – Non mi sfuggi!

Uno dei due Thugs era rimasto entro la cassa, fulminato da una palla; ma l’altro si era slanciato dietro agl’insorti, urlando perché si arrestassero e facessero fronte al pericolo.

Sandokan che lo aveva già scorto, lo prese di mira, prima che s’internasse nella macchia e gli fracassò la spina dorsale, facendolo cadere al suolo, stecchito.

Intanto i suoi uomini, vedendo che l’elefante stava per caricarli, reso furibondo dalle ferite riportate, lo avevano accolto con un fuoco nutrito, crivellandolo di palle in siffatto modo da farlo stramazzare di colpo.

– Mi pare che la battaglia sia finita, – disse Yanez. – Peccato che quel bravo Bedar non sia piú vivo!

– Seppelliamolo e poi partiamo senza ritardo, – disse Sandokan. – Povero uomo! La nostra libertà gli è costata la vita.

Tornarono un po’ tristi dove ilcipai era caduto e servendosi dei loro coltelli scavarono frettolosamente una fossa, adagiandovelo dentro.

– Riposa in pace, – disse Tremal-Naik, che era piú commosso di tutti. – Non ti dimenticheremo.

– Partiamo senza indugio, – disse Sandokan. – Non tutti gl’indiani sono morti e potrebbero tornare con dei rinforzi.

Cornac, credi che potremo ora entrare in Delhi?

– Sí, avendomi veduto uscire coll’elefante ed essendo io conosciuto.

Dirò alle guardie che ho ricevuto l’ordine d’introdurvi in città da Abú-Assam e sono certo che mi crederanno.

– Vi potremo giungere prima di sera?

– Sí,sahib .

– Allora partiamo.

Raggiunsero l’elefante che stava saccheggiando alcuni alberi carichi di frutta, si accomodarono nell’haudahe ripresero la marcia.

Djuba si era messo nuovamente in corsa, allungando sempre piú il passo.

A mezzodí la foresta era già stata traversata.

Si fermarono presso uno stagno per fare colazione, poi verso le due ripartivano costeggiando delle immense piantagioni d’indaco e di cotone, ma per la maggior parte devastate.

Dei combattimenti fra le avanguardie inglesi ed indiane dovevano essere avvenuti in quei luoghi, a giudicarlo dalla quantità prodigiosa di marabú, che volteggiavano al di sopra dei solchi, fra i quali forse giacevano ancora numerosi cadaveri.

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