La vendetta di Her-Hor

CAPITOLO TRENTESIMO

 

 La vendetta di Her-Hor

 

 Mentre nell’ampio serbatoio del Nilo, Pepi Mirinri giocava la sua ultima carta contro il fratello per tentare di salvare il trono che ormai gli sfuggiva, un drappello d’arcieri usciva dal palazzo reale scortando una lettiga tutta coperta da una tenda variopinta e sorretta da quattro giganteschi schiavi nubiani.

 Nella lettiga vi erano Nitokri e Nefer. Strappata a Pepi la grazia di Mirinri, si dirigevano verso la necropoli per liberare il disgraziato, rinchiuso vivo nell’immenso cimitero sotterraneo, che occupava quasi la quinta parte dell’opulenta città. Nitokri pareva lieta; Nefer invece, che sapeva ormai di aver perduto per sempre l’uomo che aveva intensamente amato, anche se non corrisposta, era triste e faceva sforzi supremi per frenare le lagrime che le tremolavano sotto le palpebre.

 «Sorella,» diceva Nitokri, «le prove terribili che Mirinri ha subite, ormai sono giunte alla loro fine. Ormai non correrà più alcun pericolo perché io veglierò su di lui e mio padre non oserà più nulla. Egli sarà l’orgoglio della corte e quando mio padre, che è già vecchio, morrà, il popolo lo acclamerà re dell’Egitto.»

 «Accetterà Mirinri di aspettare tanto?» chiese Nefer. «Egli ha lasciato il deserto ed ha disceso il Nilo per impadronirsi del trono di tuo padre.»

 «Il mio non può abdicare così d’un tratto. Forse più tardi, ma non ora.»

 «Ti ripeto, Nitokri, accetterà?»

 «Non insisterà dinanzi a me: mi ama troppo.»

 «Ah! È vero,» mormorò Nefer, soffocando un singhiozzo. «Tu sei stata la sua eterna visione, sia nel deserto, sia sul Nilo, sia qui.»

 «Parlava dunque sempre di me?» chiese Nitokri, mentre nei suoi bellissimi occhi s’accendeva come una fiamma.

 «Sempre… sempre…»

 «Ed anch’io non avevo scordato quell’eroico giovane, che per salvare la mia vita, espose freddamente, con un coraggio da leone, la sua. Sentivo in me qualcosa che mi diceva che egli non era un uomo comune.»

 Erano ormai uscite dalla città e i nubiani affrettavano il passo, dirigendosi verso le ultime ondulazioni della catena libica, dove si vedevano spiccare un numero infinito di piramidi più o meno alte, che occupavano una immensa estensione di terreno. Era l’immensa necropoli di Menfi, il cimitero più gigantesco del mondo, dove ricchi e poveri, gli uni entro le mastabe, gli altri nei sotterranei infiniti che serpeggiavano fino alla punta del delta del Nilo, dormivano da secoli e secoli, indisturbati.

 Nefer, scorgendo in mezzo a quel caos di piramidi un’alta muraglia formata da blocchi di basalto grigio, aveva provato un fortissimo tremito.

 «Egli si trova là, dietro quella muraglia, è vero?» aveva chiesto a Nitokri.

 «Sì,» aveva risposto la figlia di Pepi che aveva pur provato un fremito di spavento.»

 «Sarà ancora vivo?»

 «Non sono che poche ore che vi è chiuso dentro.»

 «E se, in un momento di sconforto, si fosse ucciso?»

 «Taci, Nefer!» esclamò Nitokri con angoscia. «E poi, come uccidersi? Non vi sono armi là dentro.»

 «Affrettiamoci.»

 «Sì, di corsa!» gridò Nitokri ai nubiani.

 Gli schiavi si slanciarono, obbligando così anche gli arcieri a mettersi in corsa.

 Il palanchino s’avanzava ora fra quella moltitudine di piramidi e di monticelli di pietra, che le sabbie del vicino deserto, quelle terribili sabbie che più tardi dovevano seppellire tutto, in parte coprivano. Nessun essere umano si scorgeva fra queste tombe, poiché gli Egiziani, all’infuori delle grandi feste, si tenevano lontani dalla necropoli, quasi avessero paura di turbare il riposo dei loro morti.

 Il drappello, giunto dinanzi all’alta muraglia di basalto che s’inalzava pure in forma di piramide e che segnava l’entrata della necropoli sotterranea, si era fermato. I nubiani deposero a terra il palanchino e Nitokri e Nefer scesero.

 «Dov’è la pietra?» chiese la figlia di Pepi che pareva in preda ad una vivissima emozione.

 «Eccola,» rispose un arciere, mostrando colla mano un masso di marmo più oscuro. «È la quinta.»

 «Avanti gli operai.»

 Sei uomini, che erano pure vestiti da soldati e che portavano dei pali di bronzo e certe specie di pesantissimi martelli in forma di cunei, si fecero innanzi.

 «Non perdete tempo,» disse a loro Nitokri. «E voi» riprese poi rivolgendosi agli arcieri, «preparate le torce.»

 La pietra, un masso enorme, di due metri cubi per lo meno e scelta fra le più dure della catena libica, fu subito assalita vigorosamente; ma non era cosa facile spezzarne i margini.

 Trascorsero tre ore e di sforzi titanici, prima che l’intonaco che la saldava alle altre fosse frantumato e che il masso cominciasse a muoversi.

 Durante quel tempo parecchie volte Nitokri aveva fatto sospendere il lavoro e aveva appoggiato un orecchio alla pietra, colla speranza di udire un grido o qualche altro segnale di Mirinri e senza nessun risultato. Il disgraziato giovane si era smarrito nelle tenebrose gallerie ,credendo di trovare in qualche luogo un’apertura, o in un accesso di disperazione si era spaccato il cranio contro le pareti?

 Una vivissima ansietà si era impadronita di tutti. La pietra si era già spostata e cominciava a scivolare sotto i pali di bronzo e nessun grido si era ancora udito, eppure la luce entrava e poteva essere scorta anche da lontano.

 Nitokri aveva guardato Nefer, la quale era diventata smorta, come se tutto il suo sangue le fosse uscito dalle vene.

 «Temi anche tu, sorella?» le chiese.

 «Sì, ho paura.»

 «Che si sia ucciso?»

 «O che si sia smarrito.»

 «Lo cercheremo: le redab non hanno alcuna uscita.»

 «E se fosse avvenuta qualche frana?»

 Nitokri guardò gli arcieri che aiutavano gli operai a far scivolare il masso.

 «Voi avete accompagnato Mirinri, quel giovane che mio padre aveva fatto rinchiudere, è vero?»

 «Sì,» rispose il capo del drappello.

 «Il sepolcreto è bene conservato?»

 «Ho visitate tutte le gallerie ieri mattina e non ho verificato alcun franamento.»

 «Si è ribellato il giovane quando l’avete cacciato qui dentro?»

 «No.»

 «Era abbattuto?»

 «Oh sì!»

 «Accendete le torcie.»

 «Sono già pronte.»

 «Entriamo: vieni, Nefer!»

 Scalarono le quattro pietre inferiori e penetrarono nella necropoli, precedute da quattro arcieri che portavano fiaccole composte d’una materia resinosa, che luccicando, spandeva all’intorno una luce vivissima e quasi bianca. Al di là dell’apertura vi era una scala che scendeva sotto terra, formata da gradini di pietra molto alti e molto larghi; essa conduceva in una immensa galleria a vôlta, fiancheggiata da un numero infinito di animali imbalsamati, disposti in bell’ordine su una doppia fila.

 Vi erano gatti, ibis, coccodrilli, vitelli, tutte bestie, come abbiamo già detto, se non adorate, almeno assai rispettate dagli antichi Egiziani.

 Nitokri e Nefer, sempre precedute dagli uomini che portavano le fiaccole e seguite dalla scorta, s’inoltrarono nella galleria, impregnata d’un tanfo poco gradevole, sprigionato da milioni e milioni di mummie che, malgrado l’imbalsamazione, lentamente si corrompevano, trattandosi di gente povera che non poteva permettersi il lusso di far subire ai loro corpi un trattamento eguale a quello dei ricchi e dei re.

 Percorsi due o trecento passi, Nitokri si volse alla scorta dicendo:

 «Mandate un gran grido che si ripercuota nelle profondità delle serdab. Il giovane che voi avete qui rinchiuso deve essersi smarrito.»

 Gli arcieri si raccolsero in circolo e fecero rintronare le profonde ed infinite gallerie, che per leghe e leghe si susseguivano sotto l’ultimo pianoro del Delta, con un rimbombante: «Wohè!…»

 Quando l’eco cessò, perdendosi in lontananza, tutti si misero in ascolto.

 Trascorsero parecchi istanti d’angosciosa aspettativa, poi un grido fievolissimo, che veniva chissà da dove, giunse:

 «Wohè!»

 «È lui!» avevano esclamato ad una voce Nitokri e Nefer, trasalendo.

 «Sì, quella che ha risposto è una voce umana,» disse il capo degli arcieri.

 «Cerchiamolo! Cerchiamolo!» gridò la principessa.

 Si erano rimessi in marcia, sfilando fra quelle file immense, interminabili, di bestie imbalsamate e fra pareti di granito che mostravano delle piccole tavole portanti inciso il nome dei morti sepolti o sotto o sopra la galleria.

 Di quando in quando delle s’incontravano ramificazioni. Erano altri serdab tenebrosi che avevano altre direzioni. La scorta gettava, a piena gola, un nuovo e più potentissimo grido e non ricevendo risposta, proseguiva attraverso la galleria principale.

 Mirinri doveva essersi molto allontanato dall’entrata della necropoli, fors’anche senza saperlo in causa della profonda oscurità che regnava là dentro.

 «Che sia morto?» chiedeva insistentemente Nefer.

 «Se ha risposto!»

 «E se fosse stata l’eco, Nitokri?»

 «No, signore,» rispondeva il capo degli arcieri. «Era una voce umana quella, ben diversa dall’eco. Avanti sempre, noi…» Si era bruscamente interrotto, comandando: «Fermi tutti! Nessuno si muova!»

 In lontananza aveva udito come un rumore di passi. Qualcuno camminava sulle pietre di marmo che lastricavano la galleria.

 «Egli ha veduto la luce delle nostre fiaccole e ci muove incontro,» disse finalmente il capo.

 «Ne sei certo?» chiese Nitokri.

 «Sì, principessa.»

 «Prova.»

 «Wohè!» tuonò l’arciere.

 Una voce, molto più distinta di prima, rispose subito: «Chi è il coraggioso che viene a cercare il figlio di Teti?»

 «Mirinri!» avevano gridato Nitokri e Nefer.

 Successe un breve silenzio, come se il giovane, colto da uno stupore facile d’altronde a comprendersi in quel momento, si fosse arrestato, poi le pietre tornarono a risuonare precipitosamente, come sotto un passo velocissimo.

 «Lasciate qui due fiaccole e andate ad aspettarci all’uscita della necropoli,» disse Nitokri alla scorta. «Ormai non corriamo più alcun pericolo.»

 Gli arcieri erano appena scomparsi dietro una svolta della galleria, quando Mirinri, che si era slanciato a corsa sfrenata appena aveva veduto la luce delle fiaccole, giunse dinanzi alle due fanciulle.

 «Voi! Nitokri! Nefer!» aveva esclamato. «Sogno io o la mia anima ha già abbandonato il mio corpo?»

 «No, Mirinri, siamo noi,» disse Nitokri, prendendolo per una mano. «Noi che siamo qui scese, in questa orribile necropoli, a salvarti.»

 «Ed a morire con me? Possibile che Pepi m’abbia fatto dono della vita dopo d’avermi fatto rinchiudere qui? Nitokri, Nefer, parlate.»

 «Sei salvo e libero,» disse la figlia di Pepi. «Il palazzo reale aspetta il suo principe ed il suo futuro re.»

 «Io un re!» gridò Mirinri, trasfigurato. «No, è impossibile, questo è un sogno.»

 «No, mio signore,» disse Nefer.

 «Io libero e re!»

 «Futuro re,» corresse Nitokri.

 «Che m’importa, purché io esca da qui e non mi separino più mai da te, Nitokri.»

 Nefer si voltò da un’altra parte, appoggiando le mani alla parete. Mirinri se ne accorse e comprese l’effetto che dovevano aver prodotto le sue parole sull’animo della povera fanciulla. «Mi amava,» sussurrò a Nitokri.

 La Faraona s’avvicinò alla fanciulla e la prese dolcemente per una mano, dicendole: «Vieni, sorella: il palazzo reale ci accoglierà tutti.»

 Si misero in cammino: Mirinri e Nitokri erano preoccupati, Nefer era sempre triste. Già cominciavano a intravedere la luce che entrava dallo squarcio aperto nella grande muraglia, quando Mirinri s’arrestò, fissando Nefer.

 «E Ounis?» chiese.

 «Preso anche lui,» rispose la fanciulla.

 «Ounis!» esclamò Nitokri. «Chi è? Io ho già udito questo nome.»

 «L’uomo che mi condusse nel deserto, che mi curò nell’infanzia, che mi fu più che amico, padre,» rispose Mirinri. «È vero che si trova nelle mani di tuo padre?»

 «Non lo so.»

 «Lo so ben io,» disse Nefer. «Ero presente quando lo arrestarono.»

 «E che cosa ne hanno fatto?» gridò Mirinri, con voce minacciosa. «Che un capello cada dalla testa di quell’uomo ed io, Nitokri, romperò la tregua che regna ora fra me e tuo padre.»

 «Non parlare così, Mirinri,» rispose Nitokri. «Se vi è un altro da salvare, noi lo salveremo e non rientreremo nel palazzo reale se prima non avremo la sua grazia. Sorella, tocca a te ora.»

 «Che cosa devo fare?» chiese la giovane stupita.

 «Precedermi al palazzo reale, e recarti da mio padre a dettargli la mia volontà se vorrà rivedere sua figlia. O la grazia dell’uomo che ha salvato e guidato Mirinri o rinunciare per sempre a me. Io lego il mio destino a voi due e sono risoluta a gettare via l’ ureoche porto sulla fronte.»

 Mirinri guardò Nefer con angoscia.

 «Sì, mio signore,» disse la fanciulla. «Andrò.»

 «E Ata? E gli altri?»

 «Tutti presi.»

 Mirinri ebbe un moto d’ira, ma subito si calmò.

 «A noi, Nitokri,» disse. «Uniamo le nostre forze. Tuo padre sarà per me sacro; ma guai a lui però se tutti i miei amici cadranno sotto la sua vendetta.»

 «Mio padre cederà dinanzi a noi tre, che siamo tutti Figli del Sole,» rispose la giovane Faraona. «Usciamo da qui: l’aria è troppo pestifera e dobbiamo respirarne ben altra.»

 Raggiunsero rapidamente l’uscita della necropoli, dove gli schiavi e gli arcieri li aspettavano.

 «Sali nel palanchino, Nefer,» disse Nitokri, «e precedici al palazzo reale. Tu sai che cosa deve fare mio padre se vorrà rivedermi e avere ancora una figlia. Il sole tramonta, non indosso le vesti regali e nessuno farà attenzione a noi. Parti, Nefer, e strappa a mio padre la grazia di Ounis e per i suoi amici.»

 La fanciulla salì nel palanchino, fece abbassare le tende e gli schiavi partirono a passo di corsa seguiti da dodici arcieri.

 In pochi minuti raggiunsero le prime case della città, senza aver incontrato anima viva. Pareva che tutti gli abitanti avessero abbandonato Menfi. Si trovavano invece raccolti nell’immenso serbatoio del Nilo, ad assistere alla lotta fra il vecchio Ounis ed il leone libico.

 Giunta, dopo una buona mezz’ora, al palazzo reale, Nefer salì lo scalone, risoluta a presentarsi a Pepi.

 Stava per entrare nelle stanze private dell’onnipossente Faraone, quando si vide sbarrare il passo da un vecchio sacerdote, che era uscito rapidamente da una porta laterale.

 Nefer si fermò di colpo, gettando un grido di spavento:

 «Her-Hor!»

 «Sì, il gran sacerdote del tempio di Ptah, che non ha lasciate le sue ossa nell’isola delle ombre, – rispose il vecchio, con accento ironico.

 L’afferrò bruscamente per un braccio e la trasse a forza in una vasta stanza che si trovava dietro la sala del trono.

 «Che cosa eri venuta a fare qui?» chiese Her-Hor, socchiudendo la porta che metteva nell’immenso salone scintillante d’oro.

 «A cercare il re,» rispose Nefer, che aveva ripreso il suo sangue freddo.

 «Pepi! Ha ben altro da fare in questo momento. Chi ti ha mandato?»

 «Nitokri.»

 «Allora avete già tratto dal suo sepolcro Mirinri.»

 «Sì.»

 «E si trova colla figlia di Pepi in questo momento.»

 «È vero.»

 Her-Hor ebbe un sorriso feroce. «L’ha salvato» disse.

 «L’abbiamo trovato ancora vivo.»

 «E vengono qui?»

 «Questo è il posto di Mirinri.»

 «Sì, lo so, Pepi ha ceduto stupidamente dinanzi a Nitokri. Lo ha graziato, ma sai a quali condizioni?»

 «Le ignoro, né m’interessano.»

 «T’inganni, Nefer,» disse Her-Hor. «Quando Mirinri sarà qui, che cosa accadrà della principessa dell’isola delle ombre? Che cosa rimarrà a te, che sei pure una Figlia del Sole? In quale gradino del trono siederai tu?»

 Nefer lo guardò con smarrimento.

 «Io non avevo pensato a questo,» disse poi, con voce soffocata. «Sì, che cosa sarà di me dopo?»

 Her-Hor fece udire un breve sogghigno.

 «La principessa dell’isola delle ombre ha alzato la sua mano su un grande sacerdote,» disse poi, «ed ecco gli dei che mi vendicano. Mirinri sarà un giorno re, Nitokri sarà un giorno regina e tu, che lo hai amato?»

 «Taci Her-Hor!» gridò Nefer. «Non spezzarmi il cuore.»

 Il sacerdote, niente commosso dalla disperazione che si leggeva sul viso della povera fanciulla, continuò implacabile:

 «E tu, dall’ultimo gradino del trono; e tu che hai amato intensamente il futuro re del regno faraonico, il figlio di quel Teti che gl’imbecilli chiamavano il Grande, assisterai…»

 «Taci, Her-Hor!» ripetè Nefer, singhiozzando.

 «Alle nozze del giovane fortunato con la figlia di Pepi!»

 «Tu m’uccidi!»

 «Forse che non hai cercato di uccidere anche me?» chiese il sacerdote, con voce dura. «Ho sofferto io, soffri anche tu!»

 «Allora a me non rimane altro che morire!» gridò la disgraziata.

 Her-Hor alzò una tenda che nascondeva una specie d’armadio e mostrò alla fanciulla una piccola panoplia, dove vi erano delle daghe, dei pugnali e certe armi in forma di piccole falci. «Non hai che da scegliere,» disse freddamente.

 Nefer stava per slanciarsi, quando in lontananza si udì un fragore assordante che rapidamente s’avvicinava. Pareva che migliaia di persone s’accostassero al palazzo reale.

 Her-Hor arrestò Nefer, mettendosi in ascolto.

 «Che cosa avviene in città?» si chiese, con inquietudine. Trasse la fanciulla verso un’ampia finestra e alzata la tenda variegata, guardò verso l’immenso viale che conduceva al palazzo reale.

 Una folla immensa s’avanzava rumoreggiando minacciosamente. Erano le falangi che Teti guidava per strappare all’usurpatore il trono.

 «Una ribellione od una insurrezione?» Si chiese Her-Hor, che manifestava una crescente inquietudine.

 Ad un tratto mandò un grido di terrore. Pepi circondato da pochi soldati, era comparso sul viale. I suoi schiavi correvano all’impazzata, minacciando di sbalzarlo da un momento all’altro dal palanchino. Guardie, sacerdoti, suonatori, danzatrici, portatori d’insegne reali, non erano più con lui. Il magnifico corteo si era disciolto.

 «Il re fugge!» gridò Her-Hor.

 Poi una rauca imprecazione gli sfuggì. Gli erano giunte agli orecchi le grida della moltitudine, acclamante Teti.

 «Tutto è finito,» mormorò. «Non mi rimane che la vendetta. Ounis è stato riconosciuto dal suo popolo e ucciderà Pepi!»

 Rimase alla finestra, tenendo sempre stretta per una mano Nefer, la quale pareva che non comprendesse affatto ciò che stava per succedere.

 Le falangi del popolo intanto giungevano schiamazzando ed acclamando Teti. Her-Hor le vide entrare nel palazzo reale, mentre le guardie del corpo, i servi, gli schiavi, le donne fuggivano disordinatamente attraverso gli immensi giardini.

 «Vieni,» disse con voce imperiosa a Nefer, «ma prima prendi questo perché la nostra ultima ora sta per suonare e avrai una prova che Mirinri è definitivamente perduto per te.»

 Staccò un pugnale e la trasse verso la porta che metteva nella sala del trono.

 Proprio in quel momento Teti, dopo d’aver strappato a suo fratello l’ ureo,aveva atterrato l’usurpatore, alzando su di lui la daga, pronto a ucciderlo.

 Già il terribile vecchio stava per compiere il fratricidio, senza che il popolo che gremiva la sala avesse fatto nessuna mossa per salvare il possente re, che fino a pochi istanti prima aveva adorato e temuto come un dio, quando la folla s’aprì impetuosamente.

 «Padre! Che cosa fai?» gridò una voce d’uomo. E nello stesso tempo una voce femminile implorò: «Salvate il re! Me lo uccidono! Grazia per lui!»

 Mirinri era comparso, seguito da Nitokri, pallida come uno spettro e piangente.

 Teti aveva alzata la testa, poi abbassò la daga.

 «Padre!» ripetè Mirinri, precipitandoglisi incontro. «Ah, il cuore non mi aveva ingannato! Mio padre! Viva il grande Teti!»

 «Che cosa vuoi, figlio?» chiese il vecchio monarca, mentre una gioia sconfinata gli irradiava il viso.

 «È il padre di Nitokri, della fanciulla che io ho salvata» disse Mirinri.

 «L’ami tu?»

 «L’amo, padre.»

 Teti gettò lontano da sé la daga.

 «Dono la vita a quest’uomo,» disse poi. «Osiride lo vuole e tu lo vuoi: sia!»

 Her-Hor, udendo quelle parole, aveva fatto echeggiare la stanza del suo riso stridente. «Credi ora tu, Nefer, che Mirinri possa amarti?»

 «No… tutto è finito,» rispose la disgraziata. «Venga la morte!»

 Alzò l’arma che teneva in pugno. Guardò un istante la luccicante lama, poi se la immerse tutta intera nel petto, in direzione del cuore.

 Her-Hor l’aveva presa fra le braccia. La sollevò senza badare al sangue che gli lordava le vesti e si slanciò nell’immensa sala, gridando:

 «Ecco la mia vendetta!»

 Le file del popolo per la seconda volta si erano aperte, sicché il sacerdote potè giungere senza fatica dinanzi al trono.

 «Her-Hor!» avevano esclamato Teti e Mirinri.

 «Ecco tua figlia!» gridò il sacerdote, con voce stridula, deponendo dinanzi a Teti la fanciulla. «Si è uccisa: è morta d’amore ed io sono vendicato. Tu mi cacciasti dal tempio, dove esercitavo le funzioni di grande sacerdote, ma io vengo ad amareggiarti il trionfo.»

 «Nefer!» avevano esclamato Mirinri e Teti, con orrore.

 «No, Sahuri, tua figlia che io avevo condotto sulle tracce di tuo figlio, perché l’amasse e come vedi vi sono riuscito. S’è uccisa, udendo Mirinri confessare il suo amore per Nitokri.»

 Un urlo di belva ferita era sfuggito dal petto di Teti.

 «Arrestate questo miserabile!»

 Mirinri, prima di tutti, era già piombato sul grande sacerdote, afferrandolo per la strozza. «Devo ucciderlo?» chiese.

 «No: si facciano imponenti funerali a mia figlia, si porti la sua salma nella grande piramide che io ho fatto costruire sui margini del deserto e vi si chiuda dentro vivo quest’uomo. Rinuncio il trono a mio figlio: egli è degno di suo padre.»

 «E tu?» chiese Mirinri.

 «Io torno nel deserto, dove per diciotto anni vissi, e vado là per udire le urla fameliche di quest’uomo che ha causata la morte di mia figlia. Ti ascolterò, Her-Hor, attraverso la pietra che ti chiuderà per sempre, fino all’ultimo tuo ululato.»

 Raccolse l’ ureoche aveva strappato a Pepi e lo posò sulla fronte di Mirinri, il quale si era inginocchiato presso al cadavere di Nefer, frenando a gran pena i singhiozzi.

 «Popolo,» gridò, «ecco le mie ultime volontà! Sia fatta grazia a mio fratello e lo si esili nell’alto Nilo: egli è il padre della fanciulla che mio figlio ama. E tu, Mirinri, non scordarti Ata: benché abbia le mani tagliate, pure potrà essere un buon ministro. Ed ora addio: vado ad udire le urla feroci di Her-Hor dinanzi al sarcofago di mia figlia.»

 Prese fra le sue braccia il cadavere di Nefer, che grondava sangue e s’avviò verso una delle ventiquattro porte di bronzo, mentre la immensa sala rintronava d’un grido immenso:

 «Viva Mirinri, re dell’Egitto!»

Speak Your Mind

*

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.