Cariche furiose

I malesi, gli assamesi ed i negritos, i quali stavano rimpinzandosi di carne di rinoceronte intorno ai giganteschi falò, si erano tutti levati precipitosamente gettandosi sopra i fasci di carabine, poiché nemmeno a loro era sfuggito quel minaccioso “niff-niff”.
Se si fosse trattato d’un solo animale, forse non si sarebbero gran che inquietati; ma sapendo che molti altri vagavano per la foresta e completamente ciechi, non vi era molto da ridere.
Quelle masse, irritate dalle bruciature, potevano da un momento all’altro ritornare istintivamente sui loro passi e travolgere accampamento e accampati, senza che nessuna forza umana avesse potuto trattenere quello slancio poderoso, spaventevole. Era vero però che gli alberi erano sempre là ad offrire ancora un asilo sicurissimo.
Se non molti, uno per lo meno di quei disgraziati animali si aggirava nei pressi del campo sfogando la sua rabbia e i suoi dolori contro i cespugli e contro le piante di non grosso fusto.
Si udivano degli scricchiolii che diventavano sempre più rumorosi e anche lo sbattere sonoro della catena contro i tronchi.
«Io credo», disse Yanez, «che questi animali ci daranno più fastidii ora che quando muovevano all’assalto del nostro accampamento. Se non ci vedono più, sapranno egualmente guidarsi coll’odorato, e mi hanno affermato i cacciatori che i rinoceronti l’hanno finissimo».
«É vero» confermò Tremal-Naik.
«E precisamente per questo io son deciso, se si presta l’occasione, di finirla con quei pericolosi bruti» disse Sandokan. «Sapagar, fa’ riparare le donne ed i fanciulli sugli alberi, e noi prepariamoci a dare battaglia, per ora, a quel bestione che si diverte a massacrare le piante. Sarà sempre uno di meno che si getterà sulla colonna quando avremo ripresa la marcia».
Attese che l’ordine fosse eseguito, poi mosse intrepidamente verso la foresta, seguito da Yanez, da Tremal-Naik e da una mezza dozzina di malesi scelti fra i migliori tiratori, mentre gli altri si disponevano in doppia fila, ai comandi di Sapagar e di Kammamuri, per tagliare la via all’animale e fulminarlo prima che potesse attraversare la radura.
Il fracasso continuava in mezzo a una foltissima macchia di sagù e di arecche, tutta avviluppata strettamente da veri ammassi di grossi e tenacissimi calamus.
Pareva che il bestione vi si fosse imprigionato da se stesso e che, non trovando più l’uscita, poiché doveva aver perduta la vista, tentasse di aprirsi un altro passaggio a colpi di corno.
«Lo sorprenderemo là dentro» disse Sandokan, il quale si avanzava cautamente.
Stava per aggrapparsi ai calamus, non avendo nemmeno lui trovata una apertura, quando udì il rinoceronte mandare una specie di urlo, seguito quasi subito da un altro più rauco e assai meno sonoro.
«Che cosa c’è, Sandokan?» chiese Yanez, mentre nell’interno della macchia si udivano schiantarsi alberi e cespugli. «Si direbbe che sotto quelle gigantesche foglie succeda qualche terribile combattimento».
«Il rinoceronte dev’essere stato assalito» rispose la Tigre della Malesia.
«Da chi?» «Da qualche pantera che si trovava imboscata. Non vi accostate alla macchia: puntate le carabine e state pronti a far fuoco».
Il rinoceronte mandava dei gridi spaventevoli alternati a fischi acutissimi, ai quali rispondevano sempre dei rauchi ruggiti che non rassomigliavano affatto ai formidabili ed impressionanti “ha-hug” delle tigri bornesi, che se sono più piccole di quelle indiane, non sono meno sanguinarie.
I tronchi di sagù e delle arecche oscillavano spaventosamente, come di una catapulta che li percuotesse con impeto irresistibile, e le gigantesche foglie si contorcevano burrascosamente, come se un uragano fosse improvvisamente scoppiato.
Sandokan, vedendo che nessuno dei combattenti riusciva ad aprirsi un passaggio, malgrado i saggi consigli di Yanez e di Tremal-Naik, colla sua abituale temerità, per la seconda volta s’aggrappò ai calamus, reggendo la carabina coi denti stretti intorno alla correggia.
S’innalzò per tre o quattro metri, poi discese rapidamente.
«Dunque?» chiesero Yanez e Tremal-Naik.
«Non mi ero ingannato: il rinoceronte è stato assalito da una pantera nera» rispose la Tigre della Malesia.
«Povero diavolo!» esclamò il portoghese. «Ha perduto la vista, e ora prova le unghie, dure come acciaio, di quella bestiaccia. Si apre il passo?» «Sta lavorando furiosamente per scappare da quella trappola. Si è cacciato dentro una vera rete di rotang, e avrà non poco da fare a sfondarla. Badate di non farvi investire e rovesciare. Il bestione sarà mezzo pazzo di rabbia e di dolore».
«Lo sarà interamente» disse Yanez. «Mi preoccupo però, per conto mio, più della pantera che del rinoceronte. Sarà su quella che io sparerò i miei due colpi e che…» Uno schianto formidabile gli interruppe la frase.
Il rinoceronte, con un’ultima e più possente carica, era riuscito a sfondare la sua prigione vegetale e si scagliava nella radura, portando sul suo largo dorso, strettamente avvinghiata, una superba pantera nera, la quale non cessava di lavorare ferocemente di denti e di artigli sulla dura pelle del suo avversario.
Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e i sei malesi si erano gettati precipitosamente da una parte per non correre il pericolo di essere travolti dall’animalaccio od assaliti dalla pantera, la quale in quel momento poteva diventare più tremenda del povero cieco.
La voce del portoghese echeggiò sonora sotto gli alberi: «A me la pelle nera e morbida: a voi la dura!» Poi una scarica rimbombò, destando l’eco della grande foresta e propagandosi assai lontana.
Il rinoceronte, colpito probabilmente da parecchie palle, si era bruscamente inalberato, mostrando il suo corno nasale ormai mezzo consunto dal fuoco, poi era stramazzato di colpo a terra, agitando disperatamente le sue zampe massicce.
La pantera, più agile, si era gettata da una parte, guardando, coi suoi occhi fosforescenti, i cacciatori.
«É mia» disse Yanez, il quale aveva serbato i suoi colpi. «Che nessuno me la disputi».
Aveva puntata la carabina.
La belva, sorpresa di trovarsi dinanzi a tanti uomini, si era raccolta su se stessa, mugolando sordamente, pronta però a tentare un attacco disperato.
Yanez, tranquillo come se si fosse trovato dinanzi a un bersaglio qualunque, l’aveva già presa di mira. Rintronò una detonazione secca, poi un’altra.
La pantera si rivoltò due volte a terra mugolando, poi, quantunque perdesse sangue in abbondanza dal muso e dalla spalla destra, con una mossa fulminea si rialzò e raccogliendo le sue ultime forze si scagliò sul gruppo dei cacciatori, i quali si trovavano in quel momento occupati a ricaricare le armi.
Sandokan, che conosceva la straordinaria vitalità di quelle belve, si teneva in guardia, quantunque avesse piena fiducia nell’abilità del portoghese.
Estrarre la scimitarra e chiudere il passo alla fiera, fu un solo istante.
L’arma scintillò e cadde con gran forza, tagliando nettamente la testa all’inferocito animale.
«Per Giove!…» esclamò Yanez, con un certo stupore. «Ci vuole dunque il cannone per atterrare queste pantere? Eppure non ho perduto le mie palle!» «Mi aspettavo un simile colpo» rispose Sandokan. «Conosco la vitalità straordinaria di queste belve».
«Possono gareggiare coi pescicani».
«É proprio così, Yanez».
«Che peccato non avere un po’ di freddo».
«Perché?» «Quella splendida pelliccia potrebbe servirmi».
«Siccome appartiene a te, la farò levare, e te ne servirai durante la notte per difenderti dall’umidità del terreno. Più avanzeremo, e più troveremo delle terre assai paludose e non ti dispiacerà possederla. Ce ne occuperemo domani mattina. Mi pare che ora abbiamo il diritto di prendere un po’ di riposo, dopo tanti avvenimenti».
«Non abbiamo mangiate le frutta».
«Ah! Yanez! Quando finirai di essere così spensierato?» disse Tremal-Naik.
«Quando avrò cent’anni» rispose il portoghese. «Per Giove!… Non sono ancora decrepito!… Bah!… Le frutta le mangeremo domani a colazione».
Ritornarono all’accampamento, dove malesi, assamesi e negritos aspettavano sempre la carica del rinoceronte, fecero scendere dagli alberi le donne ed i fanciulli, disposero doppie sentinelle verso gli angoli della foresta e dopo d’aver scambiate quattro chiacchiere col capo dei negritos e con Nasumbata, si gettarono in mezzo alle fresche foglie non scordandosi di mettersi accanto le loro carabine e le loro armi da taglio.
Anche quella notte, caso miracoloso, passò tranquillissima.
I rinoceronti dovevano essersi molto allontanati, e i dayaki, dopo la dura lezione ricevuta, avendo ormai compreso che avevano dinanzi a loro una colonna resistentissima e formata di uomini risoluti a difendersi fino all’ultimo, dovevano aver rinunciato, almeno per il momento, a prendere un’efficace offensiva.
Ai primi albori Sandokan, sicuro ormai di aver profondamente impressionato i guerrieri del rajah bianco, dopo l’inutile carica dei rinoceronti, dava il segnale della partenza e la colonna riprendeva la sua marcia per raggiungere le falde del Kaidangan, dove contava di riposarsi qualche giorno prima di spingersi verso le montagne del Kinibalu e scendere quindi verso il lago omonimo.
Dobbiamo però dire che nessuno era certo di compiere quella marcia, senza qualche altro straordinario avvenimento.
Specialmente Sandokan, Yanez e Tremal-Naik s’aspettavano a ogni passo qualche brutta sorpresa da parte del greco o dei rinoceronti scorrazzanti le foreste all’impazzata.
Infatti la colonna marciava da un paio d’ore attraverso una fitta foresta, costituita quasi esclusivamente di banani selvatici, le cui immense foglie proiettavano una semi-oscurità, quando la grossa avanguardia, formata da malesi e da negritos, sostò ancora una volta bruscamente, formando un piccolo quadrato più o meno regolare, come diceva Yanez.
«Questa è una magnifica marcia d’imboscate» disse Tremal-Naik. «Per quanti giorni ne avremo ancora?» «Finché non giungeremo sulle rive del lago» rispose Yanez.
Sandokan si era affrettato a raggiungere l’avanguardia che era comandata da Kammamuri.
«Che cosa aspetti, amico?» gli chiese. «Non sarà certo per darci una prova della tua abilità d’istruttore che avrai fatto fermare i nostri esploratori, m’immagino. Non sarebbe questo il buon momento».
«No, signore» rispose il maharatto. «Le manovre si fanno in tempo di pace e non di guerra. La foresta si agita».
«Se non soffia la più leggera brezza in questo momento!» «Eppure la foresta non è tranquilla».
«Che i dayaki si avanzino?» «Io credo invece, capitano, che siano sempre quei maledetti rinoceronti, i quali non sanno certo dove andare, se è vero che hanno perduto la vista».
«Non vorrei avere i loro occhi, amico. Devono essere completamente ciechi».
«Udite, signore?» Mentre il piccolo quadrato conservava una immobilità assoluta, tenendo le carabine puntate da tutte le parti, perfino contro il grosso della colonna, perché il famoso istruttore delle truppe assamesi aveva insegnato, specialmente ai negritos, di mettersi sulle quattro linee, Sandokan si mise in ascolto, accostandosi le mani agli orecchi per poter meglio raccogliere i più lievi rumori.
«Saccaroa!» mormorò finalmente, rialzandosi. «Hai l’udito finissimo, mio caro Kammamuri. É vero che tu sei vissuto nelle Sunderbunds tanti anni col tuo padrone. Degli animali scorrazzano per la foresta».
«Sono quei simpaticissimi rinoceronti» disse Yanez, il quale li aveva raggiunti. «Che graziosi animalacci!…» «Io credo che tu abbia proprio indovinato, fratello» rispose Sandokan.
«Te lo avevo detto io di sterminarli, prima di dare il comando di avanzare!» «E perché non sei andato tu a prenderli per il corno?» «Per Giove!… E mi domandi il perché? Se i fastelli di legna regalati loro, con poco piacere di certo, dai dayaki, glielo avevano abbruciacchiato, dove volevi tu che li prendessi?» «Per la coda» disse Tremal-Naik, il quale si era pure accostato all’avanguardia.
«E tu, grande cacciatore delle Sunderbunds, perché non sei andato a prenderli per il naso?» «Perché il fuoco deve averglielo bruciato».
«É vero, amico», rispose Yanez seriamente «mentre la coda era troppo lontana dal corno nasale. Sarà per un’altra volta, quando rinascerò colla forza di Sansone».
«Chi è costui?» chiese Tremal-Naik.
«Un personaggio che gli indostani non hanno mai conosciuto. Tu non sei cristiano e non hai mai letto la Storia Sacra».
Chi sa che cosa stava per rispondere l’indiano, se un grido, o meglio un comando secco, lanciato da Kammamuri, il famoso istruttore dei guerrieri dei boschi, non avesse interrotta quella strana disputa.
«Fronte avanti!…» «Ma questo è un generale, nato per comandare ai chiodi!…» esclamò Yanez.
«Che cosa vuol dir ciò? Povere truppe assamesi! Ed i maharatti si vantano d’essere i primi guerrieri dell’India!» Con suo stupore peraltro vide l’avanguardia rompere con precisione e con rapidità straordinaria il quadrato e disporsi su due linee, la prima in ginocchio, l’altra in piedi, in posizione di far fuoco, presentando una magnifica e solidissima fronte.
«Io calunniavo poco fa il mio sergente istruttore»disse, fra il comico ed il serio, a Sandokan e a Tremal-Naik. «E ora mi vedo obbligato a rimangiarmi quegli apprezzamenti ingiuriosi per un uomo d’armi. Kammamuri!…» gridò poi. «Ti nomino colonnello sul campo di battaglia delle truppe della rhani dell’Assam. Tu morrai grande maresciallo».
«Preferisco vivere a lungo sergente istruttore» rispose il maharatto.
«Colonnello, ti ho detto».
«Benissimo, Altezza; colonnello».
Un grande scroscio di risa seguì quella comica risposta. Quegli uomini straordinari si divertivano allegramente dinanzi a un pericolo che poteva esser gravissimo. Intanto, in mezzo alla foltissima foresta, i fragori continuavano.
Pareva proprio che degli animali impazziti si scagliassero in tutte le direzioni, avidi di stragi e di distruzioni.
Che fossero i rinoceronti condotti alla carica dai dayaki la sera innanzi, non vi era da dubitarne, poiché di quando in quando si udivano i loro urli formidabili che lanciano solamente quando sono furiosi, poiché il loro grido ordinario, come abbiamo detto, non è che una specie di “niff-niff” un po’ stridente, ma nient’altro.
«Si direbbe che in mezzo a quelle piante vi siano venti catapulte!» mormorò Yanez. «I dayaki però non hanno mai saputo fabbricare quelle antichissime macchine; quindi da questo lato sono perfettamente tranquillo».
Delle urla scoppiarono in quel momento dietro di lui, seguite da parecchi colpi di carabina.
Il grosso della colonna scappava, pur continuando a sparare, preceduto dalle donne e dai fanciulli, i quali strillavano disperatamente.
Sandokan, Yanez e Tremal-Naik si erano slanciati innanzi, mentre Kammamuri ordinava alla sua avanguardia un altro cambiamento di fronte.
Tre rinoceronti, che avevano il corno nasale mezzo consunto dal fuoco e che portavano attorno alle zampe posteriori dei pezzi di catene, guidati dal loro istinto, erano comparsi fra gli alberi, e dopo una breve esitazione si erano gettati contro la colonna, caricando a fondo. Non dovevano essere però soli, poiché nella foresta altri clamori si udivano.
Un rinoceronte era caduto subito sotto le prime scariche; ma gli altri due, quantunque dovessero aver ricevuto non poche palle, avevano continuata la loro corsa.
La colonna era andata a catafascio. Perfino i malesi, il grande nucleo della spedizione, erano scappati, salvandosi dietro i tronchi degli alberi per non farsi sventrare dai terribili corni degli animalacci.
Sandokan e i suoi due compagni affrontarono risolutamente, a pié fermo, uno dei due superstiti, mentre Kammamuri faceva sparare una decina di fucilate contro il terzo.
«Mirate agli occhi!» aveva gridato la Tigre della Malesia. «E alla giuntura delle spalle!» Sei colpi di carabina partirono formando quasi una sola detonazione, e anche il secondo rinoceronte cadde. Il terzo invece era passato a corsa sfrenata dinanzi all’avanguardia reggendo alla scarica ed era rientrato nella foresta lasciandosi dietro delle larghe macchie di sangue.
«Toh!…» esclamò Yanez, il quale ricaricava tranquillamente la sua carabina.
«Si direbbe che questi animalacci sono diventati proprio gli alleati dei dayaki.
Eppure non dovrebbero essere riconoscenti a loro, ai quali devono la cecità. In questo mondo non ci si capisce più nulla».
«Io capisco però una cosa» disse Sandokan.
«Quale?» «Che la faccenda non è ancora finita, perché vi sono altre bestiacce in mezzo alle macchie e che cercano di aprirsi il passo per giungere fino a noi».
«Non si direbbe che sono ciechi».
«Eppure, vedrai che ci piomberanno addosso. É assolutamente necessario sterminarli; se non li atterriamo tutti, non ci lasceranno un momento di ripOSO».
«Allora lascia fare a me» soggiunse Yanez. «Colonnello Kammamuri!…» «Presente, Altezza» rispose il maharatto, il quale pareva che dopo la sua promozione, si fosse finalmente ricordato che al bravo portoghese spettava quel titolo pomposo.
«Prendi il comando dell’intera colonna, e fa’ formare un altro quadrato colle donne ed i fanciulli nel mezzo. Noi combatteremo in prima linea e ci riserverai il posto più pericoloso».
«Sì, Altezza».
«Questa è una commedia sotto il fuoco» disse Sandokan a Tremal-Naik.
«Questo Yanez non cambierà mai, nemmeno quando la morte lo porterà via, se ne sarà capace».
Kammamuri intanto lanciava ordini tuonanti a destra e a sinistra, e il quadrato si era formato rinserrando dentro le negritos e i loro piccini. Da bravo stratega, il maharatto aveva avuto cura di rinforzare specialmente la fronte che guardava il lembo di foresta scorrazzato dai rinoceronti. Yanez e i suoi amici avevano preso posto in prima linea, tenendosi in piedi, nella classica posa dei cacciatori che aspettano la preda, mentre tutti i malesi si erano inginocchiati, dopo aver incrociati dinanzi a loro i parang e i kriss dalla punta avvelenata. L’assalto delle noiose bestiacce non doveva tardare.
Pareva che avessero, se non veduto, almeno fiutato il nemico. É certo che, se invece di malesi, di assamesi e di negritos avessero avuto dinanzi dei dayaki, non avrebbero esitato a caricarli egualmente.
Il primo che si slanciò fuori dalla foresta fu un colossale rinoceronte il cui muso era spaventosamente abbrustolito. Del suo corno non rimaneva più che un pezzo appena lungo un mezzo piede, mentre avrebbe dovuto raggiungere per lo meno l’altezza d’un metro. Una scarica degli uomini della prima linea, che si trovavano in ginocchio, bastò per metterlo fuori combattimento.
Il bestione, che doveva già trovarsi in pessime condizioni di salute, s’inalberò sotto quella tempesta di palle che gli forava per bene la spessa pellaccia, e cadde di quarto, per non rialzarsi più mai. Attirati forse dalle detonazioni, altri due, i quali erano certamente riusciti a trovare il passaggio aperto dal colosso, si erano a loro volta precipitati contro il quadrato, mandando altissimo il loro grido di guerra, ma non avevano avuto miglior fortuna.
La seconda linea li aveva fucilati, prima ancora che avessero percorso la metà della distanza, facendoli stramazzare l’uno presso l’altro.
«Per Giove!…» disse Yanez. «Questi uomini combattono come eroi! Faremo qualche cosa di certo coi nostri guerrieri, quando saremo giunti sulle rive del Kinibalu».
«Lo credi, fratello?» chiese Sandokan, il quale gli stava presso.
«Abbiamo degli uomini solidissimi, mio caro, che resisteranno meravigliosamente alle più terribili cariche».
«Lo vedremo».
«Dubiti?» «Oh, no!» Una fucilata nutrita coprì le loro voci. Altri rinoceronti, scoperto il passaggio, si slanciavano all’attacco, a tre o quattro per volta, ma il quadrato teneva duro e continuava a fulminare.
Quando un animale, quantunque gravemente ferito, tentava con un ultimo sforzo di raggiungere le prime file, i malesi si scagliavano a loro volta coi parang in pugno e sciabolavano terribilmente, squarciando la pellaccia durissima del bestione. Yanez, Sandokan e Tremal-Naik, i più sicuri bersaglieri della colonna, non mancavano però d’intervenire a tempo con delle scariche, che uccidevano sempre sul colpo.
La battaglia continuò per una buona mezz’ora. Ogni cinque o dieci minuti due o tre rinoceronti caricavano, essendosi ormai imbrancati, e cadevano prima di raggiungere il quadrato.
Ormai una montagna di carne s’innalzava dinanzi ai valorosi, che affrontavano fieramente la morte per salvare le donne ed i fanciulli chiusi dentro il quadrato.
«Pare che questa battaglia sia finalmente finita e che possiamo riprendere la nostra marcia verso il Kaidangan» disse Yanez. «Non odo più dei “niff-niff” in mezzo alla macchia. Vi sono dinanzi a noi dieci o dodici corpacci, che faranno la fortuna delle tigri e delle pantere macchiate o nere. Che banchetto per quelle brutte bestiacce, e guadagnato senza nemmeno dare un colpo d’unghia! Vuoi, Sandokan, che riprendiamo la nostra passeggiata? Comincio a trovarla un po’ divertente».
«Se credi…» «Kammamuri!…» tuonò il portoghese. «Fa’ rompere le linee, riorganizza la colonna, lancia quattro o cinque dei tuoi famosi comandi e andiamo a cacciare le kakatoe del Kaidangan. Sandokan mi assicura che sono molto grosse e molto delicate. Andiamo a vedere se ha ragione lui o io!…»

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