Sul Kinibalu

La colonna, quantunque stremata di forze, si era rimessa in cammino attraverso a quella interminabile pianura erbosa, che ricordava le immense steppe del Turkestan. Un’afa pesante, foriera di qualche altro uragano, regnava sulla bassura scendente verso il grande lago del Borneo settentrionale.
Nessuna nube però vagava nel cielo trasparentissimo, costellato da miriadi e miriadi di astri fulgidissimi.
In lontananza muggivano i grossissimi rospi delle paludi, e di quando in quando s’alzava l'”ha-hug” di qualche tigre affamata, rabbiosa di non aver ancora potuto trovare la sua cena.
Di tratto in tratto un soffio d’aria caldissima, che veniva dalle regioni meridionali, passava sulla pianura mozzando il respiro e curvando le alte erbe con un sussurrio che non aveva nulla di sgradevole ma che allarmava i negritos, i quali aspettavano ad ogni istante di veder sorgere, fra quei vegetali, i cacciatori di teste.
Quella seconda marcia, più veloce della prima, durò fino all’alba; poi negritos, assamesi e malesi si lasciarono cadere al suolo. Anche Sandokan, Yanez e Tremal-Naik non ne potevano più.
Dinanzi a loro però, a una quarantina di miglia, si delineava sul fondo purissimo del cielo, appena lievemente tinto d’azzurro, un picco isolato: era il Kinibalu, una montagna enorme, che porta il medesimo nome del lago, quantunque ne sia lontana più di duecento miglia.
«Contentiamoci per ora di vederlo» disse Yanez a Sandokan, il quale lo osservava attentamente, colle mani tese al di sopra degli occhi, per ripararsi dai primi raggi del sole.
«La nostra salvezza sta lassù» rispose la Tigre della Malesia.
«Purché non ci assedino nuovamente».
«Avremo tempo di provvederci di viveri. Quando saremo giunti, batteremo la pianura, che, come hai veduto, è ricca di selvaggina, e attenderemo il rinforzo».
«Potrà giungere fino a noi, Sambigliong?» «Da quella cima potremo scorgerlo da lontano» rispose Sandokan.
«Vedremo se i dayaki, presi fra due fuochi, sapranno resistere. Anche Sambigliong ha quattro spingarde, piazzate sulle trincee della kotta, e non sarà così stupido da lasciarsele indietro. É vecchio quel brav’uomo, ma sempre furbo, come un vero malese. Ci conto su quelle bocche da fuoco che seminano così bene chiodi e rottami di ferro. Per me valgono meglio dei lila e dei mirim».
«E infatti facevano sudare molto gli inglesi di Labuan, quando cercavano di seccare i nostri prahos di Mòmpracem» rispose Yanez.
«Andiamo a prendere un po’ di riposo, fratellino. Ce lo siamo ben guadagnato».
«Se potessi, dormirei ventiquattro ore».
«E ti sveglieresti colla testa dentro un paniere dayako» rispose Sandokan.
«Accontèntati di tre ore, non di più. Ho fretta di giungere sul Kinibalu».
Rifecero lentamente la via e raggiunsero l’accampamento. Tutti russavano sonoramente, eccettuate otto o dieci sentinelle che dovevano cambiarsi di ora in ora, vigilanti sulle quattro spingarde già montate e piazzate ai quattro angoli della radura. Kammamuri aveva già fatto preparare per loro un soffice giaciglio, formato da un alto strato di erbe fresche.
Nessun at tap era stato però alzato, mancando completamente, su quella pianura, le piante d’alto fusto e dalle foglie gigantesche.
I tre capi della colonna si erano appena coricati, che russavano di già e molto sonoramente, certi di non essere disturbati.
A mezzodì, Kammamuri, sempre vigilante e sempre instancabile, fece balzare in piedi i suoi negritos con una serie di comandi fantastici.
I malesi e gli assamesi, svegliati da quelle grida, non tardarono a imitare i piccoli selvaggi delle foreste bornesi.
Le spingarde furono subito smontate, la colonna si riordinò rapidamente e riprese le mosse, allungando il passo.
Tutti sentivano per istinto che le orde dayake dovevano ormai essersi slanciate attraverso la pianura colla speranza di sorprenderli prima che avessero potuto raggiungere il Kinibalu.
Se avevano però buone gambe, non le avevano meno salde i negritos, i malesi e anche gli assamesi.
Le colonne di fumo, scorte verso i primi albori, erano scomparse, e da quello si poteva arguire come i terribili cacciatori di teste avessero ormai levato il campo per riprendere l’inseguimento.
«Ci sono alle spalle» disse Sandokan, il quale si volgeva di frequente indietro. «Li sento».
«Devono essere però ancora lontani».
«Correranno, quei dannati».
«Corriamo anche noi e abbiamo un notevole vantaggio».
«Essi però sono meglio riposati. Hanno passata la notte sui fianchi del Kaidangan, mentre noi invece marciavamo».
«Queste quattro o cinque ore di riposo ci hanno messi abbastanza in forze.
Guarda come marciano le donne negrite, malgrado pòrtino sulle spalle i piccini».
«Vedremo se resisteranno fino al Kinibalu» rispose Sandokan, scuotendo la testa.
«Le aiuteremo noi. Le munizioni non sono ancora terminate ed i nostri uomini sono sempre pronti a mitragliare i dayaki».
«Sei sempre ottimista tu».
«E, come vedi, col mio ottimismo ho conquistato un regno, sono diventato un rajah e ho sposato la più bella rhani dell’India».
«Hai sempre ragione, Yanez, e rinuncio a discutere con te» rispose la Tigre della Malesia, ridendo. «Sei veramente un uomo meraviglioso».
«Come tu sei il più terribile degli uomini. Non sprechiamo il nostro fiato, fratellino, in chiacchiere inutili, e serbiamolo tutto per le nostre gambe. Come sembra sempre lontano quel maledetto Kinibalu!» «Non lo raggiungeremo che dopo il tramonto».
«E avremo la salita, per di più da compiere».
La colonna continuava la sua marcia rapidissima. Era una vera corsa, che spossava specialmente le donne, cariche come erano dei loro bambini, e i portatori delle spingarde.
Nessuno però si lagnava. Tutti facevano sforzi sovrumani per raggiungere la montagna, la quale pareva si allontanasse sempre più, invece di accostarsi.
Alle tre del pomeriggio Sandokan fece fare alla colonna una breve sosta e, come aveva fatto al mattino, ritornò indietro con Yanez e Tremal-Naik per salire un’altra ondulazione del suolo che si delineava a poche centinaia di metri dal campo.
Quella esplorazione non diede peraltro alcun risultato.
La grande pianura sembrava, almeno apparentemente, deserta, e nessuna colonna di fumo macchiava il luminoso orizzonte.
«Che abbiano rinunciato all’inseguimento?» chiese Yanez.
«Sono troppo testardi e hanno troppo interesse a fermarci prima di giungere sulle rive del lago» rispose Sandokan.
«Eppure si dovrebbero scorgere di quassù» disse Tremal-Naik.
«Scivolano attraverso le erbe, seguendo probabilmente il sentiero aperto da noi» rispose Sandokan.
«Non mi sembri tranquillo, fratellino» disse il portoghese.
«É vero, Yanez. Ho paura di venire accerchiato in questa pianura».
«Non siamo in tre soli».
«Ma non conosciamo di quali forze disponga il greco. Ecco il punto nero».
«Che diverrà bianco quando avremo raggiunto il Kinibalu. Di lassù potremo finalmente sapere quanti uomini ci ha lanciati alle spalle il rajah del lago».
«Purché possiamo raggiungerlo prima che ci piombino addosso. I nostri uomini non potranno resistere indefinitivamente ad una marcia come questa».
«Gli indiani sono bravi corridori e rispondo pienamente dei miei assamesi.
Non vedi come sono asciutti e muscolosi? Sono stati scelti con cura».
«Anche i malesi non sono dei poltroni, e tu lo sai, perché li conosci quanto me».
«E allora tutto andrà bene» concluse Yanez, il quale non dubitava mai di nulla.
La sosta non durò che una mezz’ora. Quantunque sfiniti dalla fatica e anche dal digiuno, poiché dalla sera innanzi le provviste erano finite, tutti erano pronti a riprendere la marcia forzata, perfino le povere negrite. Un certo sgomento però si era ormai infiltrato negli animi di tutti, quantunque i tre capi e Kammamuri conservassero una calma assoluta, benché più apparente che reale.
«Avanti gli ebrei erranti» disse Yanez, il quale era forse l’unico che conservasse il suo eterno buon umore. «Chi ha fame si stringa bene la cintura e concentri tutte le sue energie nelle gambe. Le ritirate in guerra non sono mai state piacevoli, ma noi ci prenderemo delle colossali rivincite sul Kinibalu».
La colonna ripartì, sempre preceduta dai negritos, i quali sembravano veramente infaticabili.
La traversata di quell’ultimo tratto di pianura richiese non meno di quattro ore di marcia celerissima e fu compiuta in condizioni abbastanza buone e senza che i dayaki dessero alcuna noia.
Il Kinibalu ormai si ergeva dinanzi alla colonna, coi suoi fianchi massicci coperti da folte e freschissime foreste, frequentate certamente da non poca selvaggina.
Grossi torrenti scendevano, rumoreggiando e saltellando, suddividendosi in migliaia di cascatelle e nascondendosi al di sotto le alte erbe della pianura. Al pari del Kaidangan, il Kinibalu non è altro che un gigantesco picco di milleduecento o milletrecento metri di altezza, assolutamente isolato.
Solamente al sud del lago le catene cominciano a formarsi, collegandosi colla grande catena dei Monti del Cristallo, che forma l’ossatura principale della grande isola.
La parte settentrionale non ha che pochi picchi isolati, per lo più di origine vulcanica, senza alcun séguito.
La colonna si era fermata alla base della montagna, non sentendosi in grado d’intraprenderne subito la salita, dopo una così lunga marcia. D’altronde non vi era nessuna premura. I dayaki, a quanto pareva, erano rimasti indietro, e le fitte foreste erano là, pronte a offrire un ottimo rifugio a Sandokan e ai suoi uomini.
«Possiamo tirare finalmente il fiato e fumare in pace una sigaretta» disse Yanez alla Tigre della Malesia e a Tremal-Naik. «Questa fuga rimarrà memoranda».
«Non fuga» disse Sandokan. «Chiamala marcia».
«Marcia strategica: sia pure».
«Condotta anche meravigliosamente» aggiunse Tremal-Naik.
«Mercé la robustezza delle nostre gambe» rispose il portoghese, il quale fumava come una locomotiva. «E non si potrebbe cenare? Colonnello Kammamuri, domanda al sergente addetto ai viveri che cosa può offrirci questa sera da cena. Nell’esercito assamese ve n’è sempre uno che, se non si occupa dei soldati, pensa per lo meno ai capi e al suo ventre».
Il maharatto che stava sdraiato beatamente a pochi passi di distanza, aspirando a pieni polmoni l’aria fresca della montagna, balzò prontamente in piedi, dicendo: «Sono desolatissimo, Altezza, ma il sergente addetto ai viveri è misteriosamente scomparso, senza lasciare a noi nemmeno una miserabile kakatoa».
«Se lo riprendi lo farai fucilare».
«Sì, Altezza».
«Che magra consolazione!» esclamò Tremal-Naik. «Questo non ci compenserà dall’assenza della cena».
«Manderemo qualcuno a cercare delle frutta» disse Sandokan. «Aspetta che questa povera gente si prenda un altro po’ di riposo. Non ammazziamoli completamente».
«E intanto mettiamo qualche puntello sotto le nostre palpebre, perché non si chiudano subito» aggiunse Yanez. «Nemmeno le sigarette sono capaci di tenermi sveglio. Che quei cani di dayaki abbiano trovato il segreto di non dormire? A suo tempo me lo farò insegnare se…» Non poté finire. Si lasciò cadere indietro e, dopo un momento, russava.
«Lasciamolo dormire» disse Sandokan a Tremal-Naik, il quale sbadigliava incessantemente. «E, se tu vuoi, fa’ altrettanto. Veglierò io insieme con Kammamuri e i negritos. Per il momento credo che non vi sia alcun pericolo.
Anche i dayaki devono essere stanchissimi, e poi la foresta e la montagna stanno dietro di noi».
Si sedette su una roccia caduta dal picco, si mise la sua splendida carabina fra le ginocchia, caricò la sua pipa e cominciò a fumare tenendo gli sguardi fissi sulla tenebrosa pianura.
Kammamuri, insieme con dieci negritos, vegliava pure, un centinaio di passi più innanzi, presso le quattro spingarde già piazzate su una piccola rupe che s’allungava in forma d’un balenottero.
Nella pianura nessun segno di vita. Non si udivano né belve urlare, né rospi strepitare. Nessuna nuvola di fumo si alzava sul fosco orizzonte, segno evidente che i dayaki non si erano accampati.
Anche quel silenzio da parte delle fiere e dei batraci era una prova che dei grossi stuoli di persone s’avanzavano attraverso le alte erbe.
Erano trascorse tre o quattro ore, quando Sandokan vide Kammamuri retrocedere prontamente ed avvicinarsi.
«I dayaki?» chiese la Tigre della Malesia, alzandosi.
«Abbiamo scorto dei punti luminosi brillare fra le erbe, capitano» rispose il maharatto.
«Lontani?» «Sì».
«Hai dato ordine ai negritos di far ritirare le spingarde?» «Stanno già riportandole».
«Sveglia tutti: è necessario salire il Kinibalu. Quando saremo sulla vetta potremo attendere tranquillamente Sambigliong. Ti raccomando soprattutto le casse delle munizioni».
«Ne rispondo io, Tigre della Malesia».
Non erano trascorsi due minuti che la colonna era già nuovamente ordinata e si spingeva su per gli aspri e boscosi fianchi del Kinibalu.
Uno solo aveva protestato contro quella improvvisa partenza: Yanez, il quale aveva calcolato di dormire ventiquattro ore di fila anche sotto gli occhi dei dayaki.
Le foreste si succedevano alle foreste, e una grande quantità di capi di selvaggina balzava fuori dai foltissimi cespugli. Nessun cacciatore si era di certo mai spinto fino alle falde di quella montagna.
Sandokan, il quale ormai non temeva più una sorpresa da parte dei suoi nemici, aveva lanciati i suoi malesi a destra e a sinistra, coll’ordine di fucilare quanti animali si mostravano a buon tiro.
Se voleva assicurarsi un’ottima posizione, aveva anche bisogno di una grossa provvista di viveri, per poter resistere fino all’arrivo dei rinforzi, i quali potevano ritardare per cause indipendenti dalla loro volontà.
Così i colpi di fuoco spesseggiavano e molti animali e anche dei grossi volatili, come gli argus e i tucani giganti, i buceros, cadevano in buon numero dinanzi ai malesi i quali erano tutti abilissimi tiratori.
Intanto il grosso della colonna continuava la faticosa ascensione, scalando di quando in quando delle enormi rocce, le quali formavano dei magnifici bastioni naturali, facilissimi a difendersi.
Dopo cinque ore, i negritos e gli assamesi raggiungevano la cima della montagna, la quale finiva, al pari del Kaidangan, in un piccolo altipiano cinto pure da enormi rupi. Un solo burrone, molto ripido, percorso da un torrentaccio impetuosissimo, scoperto per caso dai negritos, conduceva lassù.
Gli altri lati sembravano quasi inaccessibili.
«Ecco un vero fortino» disse Sandokan, il quale con un solo colpo d’occhio aveva abbracciata la cima della montagna. «Quando avremo piazzate le nostre spingarde di fronte alla gola, infileremo a colpi di mitraglia le orde dayake».
«Questa è infatti una posizione magnifica» rispose Yanez. «Una vera posizione strategica, come dicono i generali europei».
«Dove potremo riposarci a nostro agio».
«E dove potrò compiere, spero, la mia dormita di ventiquattr’ore».
«Tu diventi poltrone, Yanez».
«La corte dell’Assam ha guastato l’antico pirata, mio caro. Laggiù io dormivo le mie dodici ore giuste, sul mio soffice letto dorato e incrostato di madreperla e di rubini. Un rajah è obbligato, secondo l’etichetta, a fare dei lunghissimi riposi, per rimettersi dalle grandi preoccupazioni che cagiona il governo d’uno stato».
«Già, ne avevi molte tu!» disse Tremal-Naik, scherzando.
«Ero il consigliere della rhani, di mia moglie» rispose il portoghese con comica gravità.
I malesi cominciavano a giungere a gruppi, portando sulle robuste spalle cervi, babirussa, uccellacci, perfino delle scimmie.
Quasi tutti avevano abbattuto un capo di selvaggina più o meno grosso, assicurando così alla colonna i viveri per parecchi giorni, pur di trovare il mezzo di saperli conservare contro i torridi raggi solari.
Sandokan, Tremal-Naik e Yanez, dopo aver perlustrati gli altri fianchi della montagna, per premunirsi da qualche brutta sorpresa, ed essersi ben assicurati che una invasione, come abbiamo già detto, non poteva aver luogo che da parte del burrone, fecero collocare le spingarde di fronte all’imboccatura; mandarono alcuni uomini ad accamparsi sulle rive del torrentaccio, poi accordarono agli altri piena libertà, non essendovi nulla da temere pel momento.
La fame vinse la stanchezza e il sonno. Le donne negrite, sempre infaticabili, avevano già fatta un’ampia raccolta di legna più o meno secca e avevano acceso diversi fuochi, dietro le rupi, affinché i dayaki non potessero scorgerli.
Due babirussa furono sventrati e ben presto un profumo squisito di carne grassa si diffuse per l’aria, mettendo di buonumore tutti.
Kammamuri, colonnello, cuciniere, chitmudyar, dispensiere ecc. si era invece occupato a far arrostire pei suoi padroni due superbi argus, i quali promettevano di non essere inferiori ai fagiani.
Quando poi la cena fu divorata, malesi, assamesi e negritos caddero gli uni accanto agli altri, vinti completamente dalla stanchezza cagionata dagli sforzi giganteschi compiuti nei giorni precedenti.
Anche i capi non avevano potuto resistere e non avevano tardato a imitarli.
Solamente la piccola avanguardia, che bivaccava sulle rive del torrentaccio, vegliava sulla sicurezza comune, facendo però sforzi dolorosi per tenere aperti gli occhi.
La grande calma non fu interrotta che dal rumoreggiare delle acque, precipitantisi attraverso al burrone. Nessun colpo d’arma da fuoco era stato sparato, né sulla montagna, né sulla pianura.
L’indomani gli assamesi, i malesi e i negritos poterono pure riposarsi, e rimettersi completamente in forze.
L’attacco che si aspettavano non era avvenuto. Pareva che i dayaki non avessero alcuna fretta di impegnarsi entro quel burrone che forse già conoscevano e che sapevano di non facile accesso, specialmente se difeso da quelle temute grosse bocche da fuoco che avevano ormai troppe volte provate.
Eppure si erano già accampati nella pianura, quasi alla base della montagna.
Degli esploratori mandati giù da Sandokan avevano potuto scorgerli, quantunque si tenessero sempre celati fra le alte erbe e non avessero più accesi i fuochi.
«É un altro assedio» disse Yanez, il quale si era spinto fino quasi alla metà della montagna accompagnato da Tremal-Naik e da una piccola scorta. «Quel furfante di greco, piuttosto di sacrificare altri uomini, preferisce farci morire di fame. Ci riuscirà?» «I nostri cacciatori non cessano di battere le foreste e di riportare selvaggina e le donne continuano a tagliare e seccare carne in grande quantità.
Piuttosto m’inquieta l’avanzata di Sambigliong. Se i dayaki se ne accorgono, distruggeranno facilmente il drappello».
«Sapagar ha ricevuto delle istruzioni in proposito. Quando noi vedremo brillare in lontananza tre fuochi o innalzarsi tre colonne di fumo, scenderemo anche noi la montagna e gli apriremo il passo».
«Non giungerà però molto presto».
«Certo, poiché dovrà avanzarsi colle dovute precauzioni, mio caro Tremal-Naik».
«Che i dayaki abbiano lasciato indietro qualche colonna per guardarsi le spalle?» «Non hanno generali, quei signori, e non conoscono che una sola cosa: andare sempre innanzi. Risaliamo: potremmo cadere in qualche imboscata».
Il terzo giorno non fu diverso dagli altri. Nessun attacco, salvo qualche freccia, scagliata contro i cacciatori che battevano senza posa i fianchi della montagna per aumentare le provviste, contraccambiata con qualche colpo di carabina.
I dayaki però cominciavano a smascherarsi. Le loro orde, sei o sette volte più numerose della colonna di Sandokan, si erano a poco a poco divise, formando cinque o sei accampamenti intorno alla base della montagna.
Non volevano farsi giuocare un’altra volta e veder scomparire, quasi senza lasciare traccia, gli assediati. Decisamente il greco era un entusiasta degli assedi e preferiva tenersi lontano per non ricevere qualche colpo di fucile.
Dopo tutto non aveva torto, sapendo ormai che i tre capi della colonna erano tali bersaglieri da saper mandare una palla all’indirizzo che volevano.
Sandokan non tralasciava di tenere, giorno e notte, numerose sentinelle sulle più alte cime della vetta, affinché avvertissero per tempo l’avvicinarsi di Sambigliong, quantunque ritenesse quasi impossibile che i soccorsi attesi giungessero in così breve tempo.
Altri tre giorni trascorsero. Delle scaramucce s’impegnavano di quando in quando sui margini delle foreste, poiché i dayaki dovevano essere non poco seccati di quel troppo prolungato riposo, che non fruttava loro nessuna testa da rinchiudere nei canestri sempre pronti a riceverne, a qualunque razza appartenessero.
Agli avamposti si scambiavano di quando in quando frecce avvelenate e palle di piombo e, come si può immaginare, non erano le cerbottane che avevano ragione sulle carabine, poiché gli assamesi, i malesi e i negritos si guardavano bene dall’avvicinarsi troppo agli accampamenti avversarii. Quella mancanza però di attacchi non soddisfaceva né Sandokan, né Yanez, né Tremal-Naik.
Tutti e tre cominciavano ad annoiarsi di quell’assedio che non dava alcun risultato, fuorché quello di esaurire troppo presto le provviste. Gli animali e i volatili, spaventati da quei colpi di fucile e dall’accanimento dei cacciatori, cominciavano a diventare rarissimi, poiché anche i dayaki prelevavano la loro parte, dovendo anch’essi vivere di caccia.
Verso il tramonto della settima giornata, mentre gli accampati stavano divorando la loro non abbondante cena, Sandokan vide gli esploratori salire rapidamente il burrone. Parevano in preda ad un certo panico.
«Pare che ci sia qualche novità» disse Yanez, alzandosi rapidamente, subito imitato da Tremal-Naik e da Kammamuri, il quale nella sua qualità di colonnello nominato sul campo di battaglia, pranzava e cenava ormai coi capi.
Raggiunse rapidamente Sandokan, il quale stava ritto sull’imboccatura del burrone osservando la pianura.
«Si muovono?» gli chiese.
«Odi».
Dei colpi di fucile echeggiavano nella pianura.
«Sambigliong?» domandò Yanez, impallidendo.
«Sì, è lui che giunge».
«E i segnali?» «Non avrà avuto tempo di farli».
«E noi?» «Attacchiamo» rispose la Tigre della Malesia.
Poi, alzando la voce, gridò: «Che le donne ed i fanciulli rimangano nell’accampamento!… Si formino due colonne d’assalto e si calino le spingarde attraverso il burrone. Ecco il momento che assicurerà la nostra marcia verso il lago. O si vince o si muore!…» In un momento le due colonne d’attacco, formate d’un miscuglio di malesi, di assamesi e di negritos, furono pronte e scesero attraverso il burrone, seguendo le due rive del torrentaccio.
Le spingarde non erano state dimenticate.
Nella pianura, ormai invasa dalle tenebre, pareva che si combattesse una vera battaglia. La fucileria risuonava senza posa, coperta di quando in quando dal fragore di parecchie spingarde.
Ormai tutti erano certi che fosse Sambigliong.
Sandokan, Yanez e Tremal-Naik scendevano la montagna a precipizio, impazienti di prendere parte alla pugna, mentre le donne negrite secondo le istruzioni loro impartite, accendevano sulle più alte rocce numerosi fuochi, per segnalare a Sapagar il luogo ove trovavasi l’accampamento.
Una banda di dayaki, relativamente poco numerosa, saliva il burrone, forse più coll’intenzione di trattenere la colonna di Sandokan finché i loro compagni avessero schiacciato nella pianura quella di Sambigliong, che per dare battaglia o spingersi all’assalto della cima del Kinibalu.
Avevano però calcolate male le loro forze.
Due nutrite scariche di carabine bastavano a disperderli, senza che avessero nemmeno cercato di opporre resistenza.
«Kammamuri!…» gridò Sandokan, mentre gli assalitori fuggivano a rotta di collo. «Fa’ collocare le spingarde sui bastioni naturali, in modo da battere tutta la pianura. A me tutti gli altri!… Yanez, Tremal-Naik, mettetevi alla testa degli assamesi e dei negritos e prendiamo alle spalle quei furfanti!…» Mentre il maharatto, presi con sé dieci o dodici uomini, cercava i posti meglio adatti per collocare le grosse bocche da fuoco, la colonna aveva ripresa la sua corsa, sparando di quando in quando sui dayaki che scappavano dinanzi ad essa.
Nella pianura si combatteva ferocemente. Ciò però che stupiva non poco Sandokan e Yanez era la moltitudine di colpi da fuoco che venivano sparati.
Si sarebbe detto che la piccola colonna di Sambigliong si fosse, per arte magica, straordinariamente ingrossata.
I due capi non avevano in quel momento il tempo di fare delle supposizioni in proposito.
Non avevano che una sola preoccupazione: quella di giungere forse troppo tardi in aiuto del vecchio luogotenente e precipitavano la corsa, guidando i loro uomini con uno slancio ammirabile e fucilando senza posa i dayaki, i quali non trovavano il momento buono per riordinarsi e tentare un contrattacco.
La colonna, raggiunta la pianura, si scagliò innanzi, mentre i malesi urlavano a squarciagola: «Mòmpracem!… Mòmpracem!…» Parecchie centinaia d’uomini correvano all’impazzata intorno a un grosso gruppo d’armati, i quali mantenevano un fuoco vivissimo, facendo a ogni scarica, dei grandi vuoti fra gli assalitori.
Udendo quelle grida di «Mòmpracem!… Mòmpracem!…» il grosso gruppo si precipitò contro le colonne che lo accerchiavano, gridando: «Avanti le vecchie Tigri!…» Per non ferire gli amici, aveva fatto sospendere il fuoco e assaliva coi parang.
I dayaki, vedendosi presi in mezzo, si sbandarono a destra e a sinistra urlando spaventosamente.
Nessun ostacolo si opponeva più all’unione delle due colonne.
Mentre la retroguardia riprendeva il fuoco, Sambigliong si slanciò verso Sandokan, seguito da Sapagar e dal capo dei negritos.
«Mio capitano!…» gridò. «Signor Yanez!…» «Bravo vecchio!» rispose la Tigre della Malesia, mentre anche i suoi uomini fucilavano i dayaki fuggenti e le spingarde situate sui bastioni naturali battevano la pianura con una tempesta di chiodi e di pallettoni. «Ma chi mi conduci tu? Dei rinforzi? Da venti siete diventati almeno duecento».
«A più tardi le spiegazioni, capitano».
«Hai ragione».
Poi, alzando la voce, tuonò: «In ritirata, miei prodi!… Il Kinibalu ci aspetta!…»

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