Il lago misterioso

Per quattro giorni gli uomini della spedizione si riposarono sul margine della bassura, mangiando abbondantemente e dormendo saporitamente.
Di quando in quando qualche esploratore giungeva, ma senza recare notizie importanti sui misteriosi movimenti dei nemici.
Alcuni si erano spinti perfino sulle rive del grande lago, senza aver incontrate le orde dei dayaki. Solamente pochi drappelli di perlustratori erano stati scorti a ponente del Kinibalu.
«Dove si trova dunque il grosso delle genti del rajah bianco?» Ecco quello che si era chiesto continuamente, non senza una certa inquietudine, Sandokan, durante quella lunga fermata.
Il quinto giorno, dopo un breve consiglio di guerra tenuto dai capi e sottocapi, l’avanzata fu decisa. Giacché i dayaki non si sentivano abbastanza in forze per fermare i conquistatori, non vi era altro da fare che andare a cercarli e assalire risolutamente la loro capitale.
«Finiamola» disse Yanez, mentre le colonne si organizzavano. «Ho fretta di fare colazione nella città principale di quel birbante di rajah. Vedremo se il suo palazzo reale varrà il mio».
I conquistatori stavano per mettersi in marcia, quando giunsero al campo due negritos, dei quali Sandokan non aveva più avuto notizia e che erano stati ormai considerati come perduti.
«Gli ultimi che arrivano sono sempre i più fortunati» disse Yanez, mentre il capo della tribù accorreva per servire d’interprete. «Questi ometti devono recare delle notizie straordinarie».
«Buone o cattive nuove?» chiese Sandokan al capo, il quale aveva già interrogato rapidamente i suoi sudditi.
«Mi hanno riferito che i dayaki si radunano dinanzi alla capitale del rajah per difendere i ponti» rispose il negrito.
«Sono molti?» «Su tutte le rive del lago si battono i gong per chiamare a raccolta i guerrieri».
«Hanno veduto molte barche?» «Sì, orang».
«Sono quelle che occorrono a noi».
«Potremo prenderle?» chiese Yanez.
«So dove sorprendere la flottiglia del rajah» rispose Sandokan. «La vecchia stazione non è stata cambiata, mi hanno detto, e non ci saranno necessari grandi sforzi per prendere d’assalto la kotta che la difende. Le nostre spingarde faranno dei veri miracoli. C’è altro di nuovo?» «No, orang» rispose il capo della tribù.
«Prendi il comando dei tuoi uomini e avanti, a marce forzate. Non dobbiamo lasciare tempo al greco di fortificarsi sulle rive del lago. Non è vero, Yanez?» «Questa è buona strategia» rispose il portoghese. «Il mio colonnello Kammamuri potrebbe però darti un giudizio migliore del mio».
«Non siamo nell’Assam qui» disse Tremal-Naik. «Il mio maharatto va bene solamente per quel paese».
«Morirà generale, te lo assicuro io» concluse Yanez.
Le colonne, divise per razze, si erano messe animosamente in cammino, tenendo in mezzo le donne, le quali portavano i viveri e i ragazzi.
Le foreste si seguivano alle foreste, sempre più folte e sempre più superbe.
Di quando in quando però i conquistatori avevano la fortuna di trovare dei sentieri, aperti certamente dagli indigeni per recarsi sulle rive del lago e specialmente su quei passaggi trovavano spesso degli scheletri umani, perfettamente ripuliti dalle termiti e mancanti tutti del capo.
I feroci cacciatori di teste dovevano essere passati di là.
Nella notte, Sandokan, il quale temeva da un momento all’altro un furioso attacco, fece rinforzare l’accampamento con enormi ammassi di rami spinosi e con un fossato abbastanza profondo, pure pieno di spine.
Il lago essendo vicinissimo e così pure il nemico. Una sorpresa notturna se la poteva aspettare.
Le sentinelle erano state dovunque raddoppiate ed una piccola avanguardia si era accampata fuori dalla cinta, con una spingarda per essere più pronta a rispondere all’attacco e accorrere in aiuto dei compagni vigilanti sotto gli alberi secolari.
Furono però precauzioni affatto inutili, poiché i dayaki non si fecero vivi.
La mattina seguente, prima ancora che spuntasse il sole, le quattro colonne ripartivano a passo accelerato. Sandokan spingeva la marcia per poter giungere a notte inoltrata sulle rive del lago. Aveva bisogno delle tenebre per mettere in esecuzione il suo piano, il quale consisteva nel privare, con un colpo improvviso, il rajah bianco della sua flottiglia, e così impedirgli di prendere il largo.
Fu una marcia veramente furibonda, una vera corsa che mise a dura prova specialmente le gambe delle donne e dei fanciulli.
Al tramonto il lago non era ancora in vista, ma si capiva che non doveva esser lontano. Le macchie si diradavano rapidamente, il terreno si abbassava, l’umidità aumentava e una fresca brezza spirava dal sud. Il Kinibalu, il grande lago del Borneo, appena noto agli esploratori europei, era quasi a portata di mano.
Verso la mezzanotte gli esploratori negritos, che erano i più lesti e i più infaticabili, si ripiegarono sulle colonne le quali si erano fermate per prendere un po’ di riposo.
Il piccolo capo della tribù si era precipitato verso Sandokan, dicendogli: «Il lago sta dietro la kotta».
«Hanno scoperto il villaggio che io avevo loro indicato?» «Sì, orang».
«Hanno veduto delle barche?» «Molte».
«É molto vasta la kotta?» «No, però ha intorno tre fossati».
«Dov’è Kammamuri?» «Presente, capitano» rispose il maharatto, il quale si trovava a pochi passi.
«Fa’ costruire una decina di ponti volanti… Sapagar!…» «Eccomi, capo» disse il malese.
«I tuoi uomini non si occupino che delle spingarde. Per l’assalto bastiamo noi».
«Ed io che cosa devo fare» chiese Yanez. «Accendere un’altra sigaretta?» «Condurrai i tuoi assamesi».
«Per questo basta il mio colonnello» rispose il portoghese. «Io formerò la riserva con Tremal-Naik».
«Sì, se sarai capace di star fermo quando la mitraglia scroscerà».
«Allora passeremo all’avanguardia».
I malesi e i dayaki, aiutati dai negritos, abbatterono a colpi di kampilang e di parang una cinquantina di sottili tronchi d’alberi e una grande quantità di rami e di rotang, e in meno di mezz’ora formarono i ponti da gettare sui fossati e sugli strati di frecce avvelenate, avendo l’abitudine i dayaki di conficcarne molte intorno alle palizzate dei loro villaggi.
Alla una di notte, gli avventurieri, lasciate indietro le donne e i fanciulli, sotto la guardia d’una piccola scorta, muovevano risolutamente nel più profondo silenzio verso la kotta che serviva da stazione navale al rajah bianco, risoluti ad espugnarla.
Yanez, contrariamente a quanto aveva detto, era subito passato all’avanguardia, per condurre i suoi assamesi, i quali provvisti di scarpe, come abbiamo già detto, potevano fare a meno dei ponti volanti e passare anche sopra le spine ammucchiate nei fossati, buone solo ad arrestare i non calzati.
«Avanti, miei bravi» aveva detto loro. «Mostrate a questi valorosi malesi che anche i montanari dell’Assam non hanno paura della morte».
Un quarto d’ora dopo, la kotta era circondata da tre lati, essendo il quarto bagnato dalle acque del lago.
Era una piccola fortezza che non doveva racchiudere più d’un centinaio di capanne, però difesa da un’alta e solida palizzata a doppio giro, ponendo i dayaki somma cura nella costruzione dei loro villaggi, per evitare delle terribili sorprese che finirebbero colla totale distruzione degli abitanti, non accordandosi quartiere, laggiù, nemmeno ai fanciulli, salvo casi eccezionali.
Nessuno pareva che si fosse accorto dell’avvicinarsi degli avventurieri.
Sandokan, dato un rapido sguardo alla fortezza, chiamò Sapagar.
«Prendi dieci dei migliori nuotatori» gli disse. «Varca il bacino, dove deve trovarsi radunata la flottiglia del rajah, occupa la barca più grossa che trovi e brucia polvere senza interruzione ed urla per cinquanta».
«Sì, capitano» rispose il bravo malese.
«Lascio a te l’onore di sparare il primo colpo di carabina».
«E farò il possibile per abbattere qualcuno».
«Va’ e fa’ presto. Noi siamo pronti a montare all’assalto».
Mentre il coraggioso malese si affrettava ad eseguire quella pericolosissima impresa, Sandokan, Yanez e Tremal-Naik prendevano le ultime disposizioni per l’attacco.
Gli assamesi avevano già attraversato il primo fossato e si erano stesi al suolo, in ordine sparso, a sessanta metri dalla palizzata per tenersi fuori dal tiro delle cerbottane; gli altri avevano gettati i ponti e messe in batteria le otto spingarde, alla distanza di trenta metri l’una dall’altra, per poter meglio spazzare il suolo nel caso che gli assediati avessero tentato una sortita su diversi punti.
Un silenzio profondo regnava nella piccola fortezza. Pareva che dormissero perfino gli uomini incaricati della guardia sulle palizzate.
Probabilmente gli abitanti, sapendo che le truppe del rajah battevano la campagna, si tenevano perfettamente sicuri contro qualunque sorpresa.
A un tratto però il latrato d’un cane, seguito poco dopo da un furioso abbaiamento, li avvertì che qualche cosa di grave li minacciava.
Se le sentinelle dormivano, i cani (e ne tengono sempre molti i dayaki nei loro villaggi) vegliavano e avevano fiutati i nemici.
«Che nessuno faccia fuoco» disse Sandokan. «Kammamuri, va’ a comunicare subito l’ordine agli altri gruppi. Lasciamo tempo a Sapagar di raggiungere la flottiglia».
Delle voci echeggiavano fra le tenebre. Le sentinelle dovevano essersi svegliate e s’interrogavano a vicenda, andando avanti e indietro sui terrazzini delle palizzate.
Finalmente brillarono alcune torce, ma la loro luce non era abbastanza viva per giungere fino al terzo fossato, sui cui margini stavano gli assamesi. Yanez, sempre impaziente, era in procinto di dar ordine ai suoi uomini di attraversare anche il secondo, quando parecchi colpi di carabina rimbombarono verso il lago.
Sapagar aveva aperto il fuoco dal centro della flottiglia, prendendo la kotta a tergo, affinché gli abitanti non s’impadronissero delle barche.
La voce metallica di Sandokan echeggiò: «Aprite anche voi il fuoco!…» Cominciarono le spingarde, rovesciando sulla cima delle palizzate uragani di mitraglia per impressionare di colpo, con quel frastuono, gli abitanti del villaggio.
Seguirono subito nutrite scariche di fucileria, poi i ponti volanti furono gettati attraverso i fossati e le quattro colonne mossero risolutamente all’attacco, collo slancio abituale.
Avevano però da fare con gente risoluta a resistere, poiché malgrado le bordate di mitraglia, i terrazzini delle palizzate si erano coperti di difensori, i quali avevano valorosamente accolto i nemici con una vera tempesta di macigni e di frecce. Le quattro colonne dovettero loro malgrado arrestarsi e riprendere il fuoco, per diradare un po’ le file dei dayaki.
«Ehi, Sandokan» disse Yanez, accostandosi all’amico. «Pare che questo sia un osso un po’ duro da rodere. Se non sventriamo la palizzata, ci terranno a bada non poco tempo e sarebbe per noi una grave imprudenza. Non dimentichiamoci che le orde del rajah battono le rive del lago».
«Fra dieci minuti apriremo una breccia» rispose la Tigre della Malesia.
Radunò una dozzina dei suoi malesi e disse loro: «Alzate un ponte volante, cacciatevi sotto e spingetevi contro la cinta.
Badate di non farvi schiacciare. Pensiamo noi a difendervi».
Poi si slanciò verso Kammamuri, il quale era stato incaricato della direzione della piccola artiglieria.
«Fa’ concentrare qui tutte le spingarde», gli disse «e batti il castelletto che ci sta di fronte. L’entrata del villaggio è là. Fa’ sparare in alto, mentre i miei uomini ci aprono un varco».
I malesi, sollevato il ponte più lungo e più solido ed appoggiatoselo sulle teste, si erano già cacciati innanzi.
Le frecce ed i sassi piovevano in gran copia su di loro, ma senza offenderli.
Quella pioggia di proiettili durò solamente pochi istanti, poiché le otto spingarde, prontamente radunate, costrinsero ben presto i difensori del castelletto a battere precipitosamente in ritirata per non farsi completamente sterminare.
La mitraglia scrosciava sui tronchi e sui terrazzini, impedendo a tutti di dare addosso ai malesi, i quali già sfasciavano a gran colpi di kampilang e di parang la prima trincea.
Sugli altri punti la lotta infuriava con grande animazione d’ambo le parti; ma colla peggio degli assediati, i quali non potevano gareggiare col fuoco intenso delle carabine. Anche dalla parte del lago le fucilate continuavano intensissime. Sapagar e i suoi uomini sparavano all’impazzata, urlando come ossessi, per farsi credere in gran numero.
Quel fuoco, disastrosissimo pei cacciatori di teste del rajah del lago durò un buon quarto d’ora, rovesciando file intere di difensori; poi le quattro piccole colonne si strinsero per irrompere nella piazza.
I malesi avevano già aperto uno squarcio nella cinta, bastante per lasciar passare quattro uomini di fronte, poi si erano subito ritirati per lasciare alle spingarde l’incarico di ributtare i difensori che s’agglomeravano dietro l’apertura per contrastare il passo agli invasori colle armi bianche.
Kammamuri, che durante il combattimento aveva ricevuto le opportune istruzioni da Sandokan, fece caricare le spingarde a palla e scagliò una prima bordata di proiettili da una libbra attraverso l’apertura.
L’effetto di quella scarica, fatta su uno spazio così ristretto e ingombro d’uomini, fu terribile.
I dayaki, comprendendo di non poter resistere sotto il castelletto, erano tornati sui terrazzini, mentre gli assamesi passavano attraverso la trincea sparando e avanzandosi attraverso a cumuli di cadaveri.
I dayaki della costa assoldati da Sambigliong furono lesti a seguirli, sicché in meno di cinque minuti più di centocinquanta uomini si trovarono dentro la piazza, pronti a respingere qualsiasi sortita.
La resistenza degli assediati si affievoliva rapidamente, poiché sui terrazzini si trovavano nell’impossibilità di tenere fermo, avendo ricominciato le spingarde a batterli a colpi di mitraglia.
«Al lago!…» gridò Sandokan, mettendosi alla testa della colonna.
Mentre anche i malesi e i negritos s’avanzavano a loro volta, continuando a sparare, gli assamesi e gli assoldati di Sambigliong si rovesciarono come una fiumana attraverso le vie del villaggio, spazzando via i gruppi che tentavano di ostacolare loro l’avanzata.
Si poteva dire che ormai la lotta era finita, poiché i guerrieri del rajah cominciavano a deporre le armi e a chiedere grazia, che veniva subito accordata.
Sulle rive del lago però, la colonna guidata da Sandokan ebbe a subire un ultimo scontro contro una cinquantina di guerrieri, i quali tentavano di porsi in salvo sulle barche, malgrado il continuo fuoco di Sapagar e dei suoi uomini.
Bastò tuttavia una carica condotta da Yanez e da Tremal-Naik per deciderli, dopo una brevissima resistenza, a gettare anch’essi le armi.
Sandokan intanto, con una ventina di uomini muniti di torce vegetali, era piombato sul porto, gridando a Sapagar di cessare il fuoco.
Tutta la flottiglia del rajah del lago era là, ancorata a dei robusti pali che reggevano dei lunghi pontili.
Vi erano non meno di trenta grosse barche munite di ponte e che rassomigliavano nella costruzione più ai giong che ai prahos. Solamente una portava un piccolo mirim, uno di quei piccoli cannoncini di ottone di cui si servono i dayaki di mare: probabilmente era la nave ammiraglia.
Tutte le altre non avevano a bordo che dei ramponi, delle cerbottane e dei kampilang appesi lungo le murate.
Mentre Kammamuri, Sambigliong e Tremal-Naik s’incaricavano di disarmare e di legare i prigionieri, Yanez aveva raggiunto Sandokan sulla nave ammiraglia.
«Non credevo che tu diventassi così presto il padrone del lago» gli disse.
«E la parola è veramente esatta» rispose la Tigre della Malesia. «Ora non abbiamo più nulla da temere».
«E che cosa ne faremo di tutti questi prigionieri? Spero che non vorrai decapitarli».
«Sarei nel mio diritto, ma, trattandosi di miei futuri sudditi, cercherò di far abbracciare loro la mia causa e di assoldarli. Vi saranno certamente dei vecchi fra di loro che si ricorderanno di mio padre e fors’anche di me».
«Vorrei darti un consiglio».
«Sai che sono sempre pronto ad ascoltarti, Yanez» rispose Sandokan.
«Di affrettare le cose. Il greco può aver udito il rombo delle nostre spingarde ed accorrere per riconquistare la kotta».
«Ma non riuscirà a prenderci la flottiglia. Ci corra dietro sul lago, se n’è capace. Credo che possiamo aspettare l’alba senza vederlo comparire. Fa’ intanto turare la breccia e collocare le spingarde sui terrazzini delle palizzate. Se giungerà prima d’aver noi combinate tutte le nostre faccende, mitraglieremo nuovamente anche lui. Io intanto mi occupo della flottiglia».
Quella notte nessuno dormì. Mentre le donne negrite, che erano state fatte entrare, preparavano la cena ai vincitori, saccheggiando senza misericordia le capanne della kotta, e accendevano sulla piazza centrale dei fuochi giganteschi, malesi e assamesi rimettevano a posto la palizzata sfondata e issavano le spingarde per essere pronti alla resistenza.
Gli altri invece si occupavano dei prigionieri, i quali erano assai numerosi, nonostante le gravissime perdite subite. Infatti i terrazzini erano ingombri di ammassi di cadaveri e anche fra le due cinte ve n’erano molti, non essendo i tronchi così uniti da impedire dovunque il passaggio delle piccole palle delle carabine.
Sandokan, chiamati i capi del villaggio, quasi tutti vecchi guerrieri, non indugiò a farsi da loro riconoscere per il figlio del loro antico rajah e non gli riuscì difficile ottenere da loro completa sottomissione e la promessa di aiutarlo contro l’assassino della sua famiglia.
Non rimaneva che imbarcarsi e muovere contro la capitale. Erano in cinquecento e disponevano d’una flottiglia abbastanza numerosa, poiché le barche erano di grossa portata e solidamente costruite, quantunque i dayaki non siano mai stati abili carpentieri. Senza dubbio il rajah del lago, il quale probabilmente era stato un tempo marinaio, aveva diretto i lavori.
Già molti viveri erano stati imbarcati e i guerrieri stavano a loro volta per prendere posto sulla flottiglia, quando si udirono i malesi veglianti sulle terrazzine delle cinte gridare a squarciagola: «Il nemico!… All’armi!…» Gli assamesi stavano in quel momento ritirando le spingarde per armare le otto più grosse barche.
«É il greco che giunge» disse Yanez, accorrendo insieme a Sandokan, verso il castelletto il quale era stato prontamente riparato.
Si erano slanciati sul terrazzino sovrastante la trincea. Tre o quattrocento guerrieri correvano all’impazzata per la pianura illuminata dai primi raggi del sole, allora appena sorto.
«Troppo tardi, miei cari» esclamò Sandokan con voce tranquilla. «Quando voi giungerete qui, la fortezza non esisterà più».
Alzò la voce, dominando il tumulto causato dalla improvvisa comparsa di quel nemico, sempre temibile anche se inferiore ormai di numero.
«Tutti a bordo!… E ora vieni, Yanez!…» Sulla piazza centrale ardevano ancora dei fuochi, i quali avevano servito per la prima colazione.
«Aiutami, finché i nostri uomini si rifugiano a bordo della flottiglia» disse.
Prese un paio di tizzoni e li gettò sopra il tetto d’una capanna, formato di foglie secche.
«Distruggiamo tutto?» chiese Yanez.
«Non voglio lasciarmi dietro una fortezza, che dovrei poi nuovamente espugnare. A suo tempo la farò rifabbricare».
«Allora bruciamo pure».
Prese a sua volta dei tizzoni e li lanciò. I malesi di guardia che stavano ripiegandosi, imitarono i due capi.
In un baleno le fiamme si alzarono altissime, ravvivate dalla brezza che soffiava dal lago. Le capanne bruciavano con rapidità spaventevole, come se fossero fastelli di paglia, coprendosi di fumo e di scintille.
Sandokan, Yanez e i loro ultimi uomini si precipitarono verso il porto e s’imbarcarono sulla barca ammiraglia, sulla quale Kammamuri, oltre il mirim, aveva fatto aggiungere due spingarde.
«Ai remi!…» tuonò Sandokan. Le trenta barche presero subito il largo, mentre il fuoco, divorate le abitazioni, s’attaccava alle palizzate frapponendo fra i dayaki del rajah bianco e i fuggiaschi una insuperabile barriera fiammeggiante.
«Povero Teotokris» esclamò Yanez, il quale si era messo a cavalcioni del piccolo cannone appoggiandosi alla carabina. «Avrebbe fatto meglio, giacché la morte non l’aveva voluto, a ritornarsene nel suo Arcipelago e riprendere il suo mestiere di pescatore di spugne. Mah! Si vede che non tutti hanno fortuna in questo mondaccio birbone».
«Ha da giuocare ancora la sua ultima carta» disse Sandokan, il quale gli stava presso, seduto invece su una spingarda.
«Io non l’accetterei».
«Oh!… Nemmeno io, Yanez».
«E la giuocherà certamente sui ponti della capitale».
«Ormai non ha più nulla da fare sotto le foreste».
Le orde dayake, vedendo la kotta ardere, si erano arrestate a una distanza tale da essere fuori di portata dalle carabine dei conquistatori, poi, dopo aver mandato innanzi qualche drappello di esploratori, si erano lentamente ripiegate verso le foreste.
Le barche erano ormai già lontane dalla riva e in quel momento si spingevano sempre al largo, non volendo Sandokan che i nemici indovinassero esattamente la sua rotta.
Il lago era tranquillissimo e appena la sua superficie si corrugava sotto i leggeri colpi di vento piuttosto caldo, che soffiavano dalle ardenti regioni del centro della grande isola.
Il Kinibalu, piuttosto che un vero lago, si può considerare come un gigantesco serbatoio d’acqua che non ha notevoli profondità.
É il più vasto che abbia il Borneo, ma nemmeno oggidì se ne conosce la sua estensione esatta, a cagione dell’ostilità dimostrata sempre dai dayaki verso i viaggiatori europei che cercano di esplorare l’interno dell’isola.
Si ignora perfino quali fiumi lo alimentino, ma pare che siano due grossi corsi d’acqua, uno dei quali scenderebbe dal sud e l’altro da levante.
Comunque sia, le sue rive sono popolatissime da dayaki e da negritos, due razze sempre in guerra, e si sa che vi si trovano fiorenti villaggi.
Le trenta barche, precedute dalla nave ammiraglia, che aveva un tonnellaggio doppio delle altre e portava un albero munito da una gran vela triangolare formata da vimini intrecciati, continuavano la loro marcia disposte su due lunghe colonne. Tutti quei guerrieri erano diventati bravissimi remiganti, perfino gli assamesi, già abituati d’altronde a percorrere i fiumi giganti dell’India settentrionale.
Soltanto verso il tramonto, quando ormai le rive non erano quasi più visibili, Sandokan si decise a cambiar rotta.
Ormai nessun occhio umano poteva più seguire la direzione della flottiglia.
«A levante!» aveva comandato.
L’ordine fu ripetuto di barca in barca e la flottiglia, con un accordo ammirabile, seguì l’ammiraglia, come la chiamava pomposamente Yanez, nella nuova direzione.
Accertatosi che tutti lo avevano seguito, Sandokan fece chiamare il capo della kotta, un vecchio dayako che aveva il corpo pieno di cicatrici, e gli disse: «Affido ora a te la direzione della squadriglia. Bada però che se tu mi tradisci, la tua testa pagherà».
«Tu mi hai giurato, orang, che sei il figlio di Kaidangan, il vecchio rajah che un tempo regnava su questi paesi e che io ho conosciuto» rispose il dayako.
«Io sarò il più fedele tuo suddito, e te lo proverò quando vorrai».
«Tu conosci la capitale del rajah bianco?» «Come la kotta che tu hai presa d’assalto».
«Si stende sul lago, mi hanno detto».
«Le case si trovano tutte sulle palizzate e solamente verso terra vi è una fortezza formata da due kotte collegate da immensi ponti».
«Assalita quindi dalla parte del lago, la popolazione non potrà opporre una lunga resistenza?» «No, poiché tu potrai incendiare facilmente le abitazioni».
«Ho già con me l’occorrente per coprirle di fuoco».
«Allora puoi considerarti fino d’ora, orang, come il rajah del Kinibalu».

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