L’attacco al Kaidangan

I previdenti malesi e i negritos, che conoscevano molto meglio degli assamesi il Borneo, le sue foreste e le sue lande sterminate, tagliati una ventina di giganteschi zamponi di rinoceronte, i quali potevano passare, fino a un certo punto, come enormi prosciutti se fossero stati affumicati, a comandi lanciati da Sapagar e da Kammamuri avevano ripreso la marcia, ansiosi di riposarsi completamente al sicuro, sulle falde o sulla cima del Kaidangan, ormai vicinissimo.
Sbarazzatisi di quei noiosi rinoceronti, potevano ora procedere tranquilli, non avendo da temere che un assalto da parte dei dayaki guidati dal greco, assalto molto problematico, almeno per il momento, secondo il parere di Sandokan e di Yanez.
Fu solamente verso il tramonto che la truppa raggiunse la base del Kaidangan.
Quantunque si voglia chiamarla catena, non è invece altro che un picco isolato, di dimensioni enormi, che non raggiunge di certo i mille metri di altezza, coi larghi fianchi coperti da foreste splendide.
Era la tappa che Sandokan, profondo conoscitore della regione, aveva fissata per la grande fermata, volendo accordare alla colonna un meritato riposo dopo tante peripezie. Aveva già scalato molte volte, nella sua gioventù, quella montagna, e perciò gli riuscì facile trovare una specie di vallone entro cui lanciò la sua colonna.
La salita fu lunga ma non difficile, e verso le due del mattino i malesi, che formavano l’avanguardia, raggiunsero la cima, dove si estendeva un piccolo altipiano che pareva fatto appositamente per formare un comodo accampamento.
I negritos, che si erano già muniti di rami d’albero e di foglie immense, poiché l’ultimo tratto del cono era privo di foreste, s’affrettarono ad innalzare gli attap aiutati dai malesi, mentre Yanez e Sandokan, saliti su un’alta roccia, esaminavano attentamente la sottostante pianura.
Verso il sud, in direzione del lago, non vi erano più boscaglie. Il terreno formava delle larghe ondulazioni, coperte da un’erba molto alta, a quanto pareva, interrotta solo da qualche macchia di bambù e da qualche gruppo di alberi assai frondosi.
«É la grande bassura», disse Sandokan «e la dovremo percorrere per molti e molti giorni prima di giungere al lago. É laggiù certamente che i dayaki ci aspetteranno».
«Fra quelle alte erbe?» chiese Yanez colla sua solita flemma, riaccendendo la sigaretta che gli si era spenta.
«Ne sono più che sicuro».
«Che ci tocchi qualche cosa di simile a quello che ci accadde nelle jungle dell’Assam? Te ne ricordi, Sandokan? Mancò poco che non ci arrostissero tutti».
«Non ho scordato quell’avventura tutt’altro che piacevole» rispose la Tigre della Malesia. «Quelle erbe però non saranno così secche come quelle delle pianure indiane. Ma certo non attraverseremo la bassura senza qualche brutta sorpresa: me l’aspetto».
«E dove sono fuggiti quei maledetti dayaki? Che ci abbiano proprio abbandonati, pel momento? Mi sembra impossibile».
Sandokan sorrise.
«Abbandonati!…» disse poi. «Chi lo crederebbe? Io no di certo. Quando meno ce lo aspetteremo, li vedremo piombarci addosso. Il dayako, tu lo sai, non conosce che la guerriglia d’imboscata, e quando noi ci troveremo alle prese con quelle alte erbe, non farà economia di frecce avvelenate. Lasciamo per ora riposare per un paio di giorni i nostri uomini, poiché voglio averli sottomano freschi e pronti a qualsiasi evento. Kammamuri intanto potrà approfittarne per addestrare meglio i suoi negritos».
«Il mio colonnello farà dei miracoli!» rispose Yanez, ridendo. «É diventato un famoso istruttore di reclute, anche se sono nere e selvagge».
Ridiscesero la roccia e raggiunsero l’attap loro assegnato da Sapagar e che era più alto e più spazioso degli altri, e si coricarono su un letto di foglie, dopo d’aver raccomandato a Kammamuri di spingere delle sentinelle fino alla metà del cono, presso i margini delle foreste. La notte passò tranquillissima, senza alcun allarme. Dei dayaki nessuna nuova.
Si erano ritirati definitivamente verso il lago, per concentrare la difesa intorno ai grossi villaggi del rajah bianco, oppure attendevano qualche buona occasione per impegnare risolutamente la lotta? Era quello che si chiedevano, non senza un po’ d’inquietudine, Sandokan, Yanez e Tremal-Naik. Anche la giornata fu calmissima. Nessun drappello fu segnalato nella sottostante pianura, e nessun dayako fu scoperto fra le boscaglie che coprivano i fianchi del cono.
Kammamuri non aveva perduto però il suo tempo. Mentre i malesi e gli assamesi oziavano, egli aveva ripreso le sue funzioni di sergente istruttore insegnando ai negritos chissà mai quali straordinarie manovre.
Altri due giorni trascorsero così. Sandokan, quantunque avesse un vivissimo desiderio di spingersi risolutamente verso il lago, indugiava a lanciare la sua colonna attraverso la pianura. Desiderava aver prima qualche notizia del nemico.
Invano aveva spedito dei drappelli nella pianura sconfinata, per accertarsi se fra le altissime erbe si preparavano delle imboscate. Tutti erano ritornati senza aver incontrato nessun dayako.
Eppure per istinto sentiva la vicinanza del nemico e non meno di lui lo intuiva Yanez. Altre ventiquattro ore trascorsero in una angosciosa attesa. Le provviste erano state ormai terminate. Nelle foreste non vi era più frutta da raccogliere; i giganteschi zamponi di rinoceronte erano scomparsi e la cima del Kaidangan non offriva alcuna risorsa.
«Partiamo» disse Yanez la sera del quarto giorno. «Io non ho alcuna voglia di morire affamato, mentre vedo laggiù, fra le alte erbe, passare tapiri e babirussa e bufali selvaggi in gran numero».
«Aspettiamo domani» rispose Sandokan, il quale appariva assai nervoso.
«Manderò una ventina di cacciatori a battere le foreste. La notte sarà oscura, perché la luna non apparirà, e potranno fare delle buone prese».
«Comincio ad annoiarmi».
«E io non meno di te».
«E la mia carabina si lagna di rimanere tanto tempo inoperosa».
«La mia non brontolerà meno della tua».
«Che i dayaki abbiano paura di assalirci?» «Lo sapremo più tardi» rispose Sandokan. «Andiamo a cenare».
«Non abbiamo che un canestro di banane».
«Per il momento basteranno. Abbiamo cenato altre volte anche con meno.
Ordina a Kammamuri di scegliere i cacciatori».
«Credo che faranno una caccia molto magra».
«Chi sa che non sia abbondante l’altra».
«Che cosa vuoi dire?» «Aspettiamo» rispose Sandokan.
La cena quella sera fu magra davvero, specialmente per gli uomini che formavano la colonna, e anche un po’ triste. Il buon umore dei giorni precedenti pareva che fosse scomparso. Perfino Yanez, quel tipo ammirabile, che scherzava anche dinanzi ai più gravi pericoli, sembrava preoccupato.
«Sei diventato troppo serio» gli disse Sandokan, quando le banane furono scomparse ed i cacciatori furono scesi lungo i fianchi selvosi del cono.
«Dev’essere il tempo» rispose il portoghese.
«O senti anche tu che qualche cosa di grave sta per accadere?» chiese Tremal-Naik.
«Che brutte facce avete! Mi sembrate gente che accompagni al cimitero un morto. Questo non può durare molto. Detesto le persone malinconiche».
Accese una sigaretta ed uscì dirigendosi verso la roccia che serviva in certo qual modo da osservatorio. La scalò lentamente e si sedette sulla punta estrema, lanciando in aria, con lentezza studiata, delle nuvolette di fumo.
Il tempo stava per mutare. Delle nuvole nerissime, gravide di pioggia, s’alzavano verso il grande lago, avanzandosi con una certa rapidità. Una grande calma regnava sulla sconfinata pianura, ma era una calma che invece irritava gli uomini e fors’anche gli animali. L’aria era satura di elettricità e rendeva tutti nervosi. Yanez guardò il cielo poi la pianura ormai tenebrosa, quindi l’accampamento.
Malesi, assamesi e negritos bivaccavano, insieme con le donne ed ai fanciulli, intorno a dei falò giganteschi, chiacchierando e fumando.
Lungo i fianchi del Kaidangan rimbombava di quando in quando qualche colpo di fucile. I cacciatori massacravano tutta la selvaggina che si presentava a tiro delle loro carabine.
«Avremo una pessima notte!» borbottò, lanciando in aria un’ultima nuvoletta di fumo. «Uragano e preoccupazioni. Per Giove!… Che cosa sta per succedere? Eppure Sandokan non è uomo da impressionarsi facilmente. Che il globo terracqueo stia per sfasciarsi?» Una scarica lo fece balzare in piedi.
Delle grida salivano dal basso.
«All’armi!… All’armi!…» Gettò via la sigaretta e si precipitò giù dalla roccia, gridando: «Sandokan!… Sandokan!…» La voce di Kammamuri tuonava fortissima fra l’oscurità che aveva avvolto ormai la montagna: «Lesti, negritos!… Fronte avanti!… Pronti alla carica!… Venti uomini a destra!… Venti a sinistra!… Puntate!…» Dei colpi di fuoco continuavano a echeggiare lungo i fianchi del cono, diventando più distinti. Pareva che i cacciatori battessero rapidamente in ritirata, non senza opporre, di quando in quando, una valida resistenza. Malesi e assamesi si erano slanciati sulle carabine, sciogliendo i fasci, mentre altri aprivano rapidamente alcune casse di munizioni, messe al coperto sotto un attap quasi impenetrabile alla pioggia.
«Ehi, Sandokan» disse Yanez, accostandosi al famoso pirata, il quale lanciava ordini a destra ed a sinistra. «Si sfascia il mondo?» «Pare che stia per sfasciarsi la montagna» rispose la Tigre della Malesia.
«Chi sono i giganti che si sono impegnati in un così non facile lavoro?» «I dayaki che arrivano a stormi».
«Se si tratta di quelli, riaccendo la mia sigaretta».
«Non scherzare, Yanez. Se quel bandito d’un greco osa attaccarci, deve essere ben sicuro del suo conto. Ci rovescerà addosso delle centinaia d’uomini».
«Cioè, li farà salire».
«Come vuoi».
«E non sarà cosa facile, fratellino».
Gli spari continuavano sui fianchi del gigantesco cono. Le detonazioni si ripercuotevano lungamente dentro i selvosi valloni.
Pareva che scoppiassero dappertutto delle granate.
Sandokan aveva preso il comando della colonna.
«A posto le spingarde!…» aveva gridato. «Aprite le casse della mitraglia!…
Non sparate, se prima i cacciatori non avranno raggiunto l’altipiano!…
Kammamuri, fa’ mettere i tuoi uomini su quattro fronti!… Donne e fanciulli sotto gli attap!» Gli spari spesseggiavano e diventavano sempre più fragorosi. I cacciatori battevano in ritirata rapidamente, senza cessare di far fuoco.
Di quando in quando, nella profonda oscurità, echeggiavano dei clamori assordanti, ai quali facevano eco i primi rombi dell’uragano.
Lampeggiava e tuonava verso il grande lago, e le nubi continuavano a salire, sospinte da vigorosi soffi di vento caldissimo.
I malesi, gli assamesi e i negritos rimasti all’accampamento, si erano divisi in quattro gruppi. Ognuno aveva dinanzi una spingarda, servita da quattro artiglieri dei prahos. Le donne ed i fanciulli si erano rifugiati sotto le tettoie, attendendo ansiosamente l’esito della battaglia, che s’annunciava grossa e probabilmente terribile.
Sandokan, Yanez e Tremal-Naik percorrevano senza posa le fronti di combattimento, più rabbiosi di non potersi scagliare ancora all’attacco, che preoccupati. Non erano uomini da tremare nemmeno dinanzi ai più grandi pericoli.
Troppi ne avevano affrontati durante la loro vita avventurosa, per impressionarsi di quell’attacco notturno, il quale non doveva, probabilmente, essere l’ultimo.
«Per Giove!…» esclamò ad un certo momento Yanez, il quale prestava attento orecchio agli spari che rimbombavano sempre entro i bui valloni. «Che cosa fanno i nostri cacciatori? Fucilano centinaia di babirussa e di tapiri oppure i dayaki? Che questa regione sia il paradiso dei seguàci fedelissimi di Sant’Uberto?» «Non conosco quell’uomo» rispose Sandokan. «Ti dico però che non sono animali quelli che cadono sotto i colpi di queste carabine, bensì uomini».
«Si ritirino allora!…» «Cercheranno di ricacciarli nelle foreste. Tu sai che i miei malesi non cedono che all’ultimo momento».
«Ma i miei nervi danzano».
«Essi non possono saperlo, Yanez. D’altronde nemmeno i miei sono completamente tranquilli».
In quel momento un uomo si precipitò sulla spianata, gridando: «Non fate fuoco!» Era Sapagar, il quale aveva guidato il drappello dei cacciatori.
«Che cosa massacrano i tuoi uomini?» chiese Yanez, slanciandosi verso di lui.
«Sono delle bestie a due gambe, signore» rispose il luogotenente della Tigre della Malesia, ansando affannosamente. «Mòntano all’assalto del Kaidangan!» «Oh!…» fece il portoghese. «Sono impazziti i dayaki?» «Non sembra, signore. Nemmeno il piombo li arresta».
«Li fermeranno i chiodi delle spingarde» disse Sandokan. «Sono molti?» «Non lo so, capitano. Escono a frotte dai boschi, e vi assicuro che non fanno economia di frecce avvelenate. Fortunatamente le nostre palle vanno ben più lontane e si può combattere a grande distanza, senza troppi pericoli».
«Si ripiegano i tuoi uomini?» «Non sono che a duecento passi sotto di noi. Disputano il terreno palmo a palmo».
Sandokan si mise in bocca il fischietto d’oro che portava sopra la fascia rossa e lanciò tre fischi stridenti. Era il segnale di raccolta.
Quasi subito gli spari cessarono e si videro comparire, qualche minuto dopo, i trenta cacciatori. La battuta, malgrado la sorpresa preparata dai dayaki non era stata infruttuosa, poiché tornavano con quattro babirussa e sette od otto di quelle brutte scimmie chiamate nasilunghi, perché hanno infatti un naso mostruoso e per di più ributtante, essendo rosso e sovente screpolato. Era una riserva preziosissima in quei momenti, la quale permetteva alla colonna di resistere, anche se assediata alcuni giorni, senza soffrire completamente la fame.
La mancanza d’acqua non era poi da temersi, poiché quasi nel centro dell’altipiano s’apriva una specie di stagno formato probabilmente dalle piogge nelle cui acque anzi Yanez, che lo aveva esplorato, aveva veduto nuotare non poche grosse lucertole semi-anfibie, lunghe un buon metro e che i malesi chiamano bewak o selira. Anche quelle potevano servire, almeno pei negritos e le loro famiglie, in caso di bisogno.
Sandokan unì i cacciatori ai quattro gruppi, raccomandando loro di non fare soverchio spreco di munizioni e di sparare solo a colpo sicuro; poi trasse da parte Sapagar, facendo cenno a Yanez e a Tremal-Naik di seguirlo.
«Giacché abbiamo un momento di sosta e l’assalto al Kaidangan non è cominciato, scambiamo due parole tra noi. Tu non conosci le forze dei dayaki, mi hai detto».
«No, capitano».
«Se osano assalirci anche quassù, dopo le lezioni durissime che noi abbiamo inflitto loro, devono essere senza dubbio molto forti. Sanno ormai che noi disponiamo d’un bel numero di bocche da fuoco, piccole ed anche grosse».
«Così la penso anch’io» disse Yanez, il quale non perdeva una sillaba.
«L’investimento completo del Kaidangan non può essere ancora avvenuto, avendo una base troppo larga» proseguì Sandokan. «Io però ho un timore: quello che il maledetto greco, d’accordo coi figli del rajah del lago, tenti qui il supremo sforzo per interrompere la nostra avanzata».
«Lanciando le orde dei dayaki all’assalto del cono?» chiese Tremal-Naik.
«No, assediandoci».
«Siamo però ancora in buon numero per rompere le linee degli assedianti» disse Yanez.
«Non dico di no, ma quale spreco di munizioni dovremo noi fare e quali perdite subiremo noi? Chi le rimpiazzerà».
«Che cosa vuoi concludere, fratello?» «Che è assolutamente necessario che qualcuno si rechi alla baia e faccia avanzare a marce forzate Sambigliong e i suoi uomini col maggior carico possibile di munizioni. Se noi giungessimo sulle rive del lago senza una carica di mitraglia e senza una palla, che cosa succederebbe? I nostri parang e i nostri kriss non basterebbero a impressionare le popolazioni dei villaggi».
«Vuoi, capitano, che io vada a cercarlo e che te lo conduca?» chiese Sapagar.
«É quello che volevo proporti» rispose Sandokan. «Due uomini abili, lesti e prudenti, potrebbero attraversare le linee dei dayaki, specialmente durante questa notte di tempesta».
«Perché due?» «Ti voglio dare una guida fedele e sicura che conosce bene il paese: il capo dei negritos».
«Dammi le tue ultime istruzioni e io parto» disse il valoroso luogotenente delle vecchie Tigri di Mòmpracem.
«Hai notato tu, verso settentrione, una collinetta isolata?» «Sì, capitano».
«A quale distanza ritieni che si trovi?» «A non più di tre miglia».
«Quindi tu potresti raggiungerla fra le due o le tre del mattino».
«Anche prima, spero» rispose Sapagar.
«La prima cosa che dovrai fare è quella di raggiungere quell’altura e di accendere un falò».
«Per quale motivo?» chiese Yanez a Sandokan.
«Per essere bene sicuri che hai oltrepassate le linee degli assedianti. Noi resisteremo fino a quando avremo veduto quel segnale, poi tenteremo a nostra volta di scendere, possibilmente inosservati, il cono. Se noi riusciremo a scendere nella pianura, ti dò appuntamento sulla cima della montagna Kinibalu, non te ne scordare, Sapagar. Sarà là che noi aspetteremo Sambigliong, i suoi uomini e le munizioni. Va’, amico: il capo dei negritos è pronto a guidarti».
«Che i buoni geni proteggano i miei capi!» disse il luogotenente. «Io parto!» Si gettò ad armacollo la carabina, estrasse il parang, si mise fra le labbra il kriss serpeggiante e scomparve fra le tenebre.
Cominciava allora a piovere. Larghe gocce cadevano con un rumore strano, battendo fortemente contro le rocce, e in lontananza il tuono aumentava d’intensità, rumoreggiando sinistramente.
Cosa strana: non balenava nessun lampo.
Yanez, Sandokan e Tremal-Naik erano tornati agli avamposti tenendo le batterie delle carabine riparate sotto le giacche.
Malesi, assamesi e negritos erano sempre ai loro posti e aspettavano intrepidamente l’attacco delle orde dayake, pronti a scatenare sopra tutti uragani di mitraglia. Sopra le quattro spingarde avevano costruito dei piccoli attap, sfasciandone alcuni altri, perché non avevano più materiali sufficienti.
Tutti si erano messi in ascolto, ma nessun rumore tradiva la marcia dei nemici.
Solo il tuono rimbombava, ripercuotendosi lungamente fra le tempestose nubi che un vento sempre più caldo travolgeva in una corsa sfrenata.
Le larghe gocce continuavano a cadere con rumore monotono, e l’oscurità pareva che aumentasse di momento in momento. Le nubi s’abbassavano verso la cima del Kaidangan, avvolgendolo a poco a poco entro una leggera nebbia.
A un tratto, quando la pioggia cominciava a scrosciare, un grido echeggiò: «All’armi!… Ecco il nemico!…» Poi risuonò uno sparo. Una sentinella avanzata si era ripiegata precipitosamente verso l’altipiano.
Delle forme umane, confuse fra la nebbia, s’arrampicavano silenziosamente su pei fianchi del cono, lanciando le prime bordate di frecce.
«Ognuno di noi prenda il comando dei gruppi!» comandò freddamente Sandokan, rivolgendosi a Yanez, a Tremal-Naik e a Kammamuri. «Dobbiamo tenere fermo finché non vedremo il segnale».
Poi, alzando la voce, aggiunse: «Risparmiate, se è possibile, le palle, ma non fate economia di chiodi. Pronti per il fuoco!…» Due colpi di spingarda rintronarono, suscitando dei clamori spaventevoli.
I malesi, ai quali spettava il servizio di quelle lunghe bocche da fuoco, avevano cominciato a mitragliare le orde che montavano all’assalto del Kaidangan, spinte probabilmente dal greco e dai due figli del rajah del lago.
Successe un breve silenzio, poi entrarono in azione le carabine. Le scariche si succedevano alle scariche, gareggiando colla possente voce dell’uragano, alternandosi ai colpi di spingarda. I quattro gruppi, comandati ognuno da un capo, formati da malesi, da assamesi e da negritos, avevano impegnata risolutamente la lotta, ben decisi a vender cara la vita.
Protetti dalle enormi rocce che coprivano l’altipiano e che formavano delle trincee quasi inespugnabili, non avevano gran che da temere, almeno per il momento, dalle frecce avvelenate, le quali avevano quasi sempre una direzione verticale, in causa della ripidità dei fianchi del Kaidangan.
Per un quarto d’ora fu un rombo continuo, assordante. Due volte delle fitte bande di dayaki si erano presentate sui margini dell’altipiano tentando una carica a colpi di kampilang, ma gli uragani di chiodi scagliati dalle quattro spingarde le avevano ributtate, costringendole a delle ritirate più che precipitose.
E non combattevano solamente i malesi, gli assamesi ed i negritos. Le donne selvagge, insieme coi loro figli maggiori, avevano preso pure parte alla lotta, scagliando sulle teste degli assalitori una vera tempesta di sassi più o meno grossi e non meno pericolosi delle palle delle carabine.
Abituate a difendere i loro villaggi aerei e a combattere a fianco dei mariti e dei figli, quelle intrepide donne sfidavano le frecce avvelenate e la tempesta, per compiere il loro dovere.
I dayaki, i quali dovevano aver subìte perdite enormi, dopo un ultimo tentativo, salutato da quattro colpi di spingarda sparati quasi contemporaneamente e da una quarantina di colpi di fucile, si erano precipitosamente ritirati nelle foreste che coprivano i fianchi del Kaidangan, avendo ormai compreso l’impossibilità di conquistarne la cima con degli attacchi all’arma bianca. Dalla loro parte non si erano uditi che rarissimi colpi d’arma da fuoco, sparati probabilmente dal greco e dai figli del rajah del lago.
«Pare che ne abbiano abbastanza» disse Yanez, raggiungendo Sandokan il quale comandava uno dei gruppi più vicini. «Sono certo che questa notte non ritorneranno più all’attacco».
«E domani?» chiese la Tigre della Malesia.
«Li rigetteremo ancora sui fianchi del Kaidangan».
«E posdomani?» «Faremo altrettanto, per Giove!…» «E le munizioni? Dureranno eternamente?» «Lo so che questo è il nostro scoglio. Che cosa pensi di fare?» «Aspettare il segnale e poi andarcene».
«É una buona ora che Sapagar è partito».
«Non raggiungerà quell’altura prima delle tre del mattino».
«Aspettiamo dunque. Ma credi che riusciremo a sfuggire ai dayaki?» «Non ne dubito».
«E quel poltrone di Nasumbata non ci darà degli impicci? Chi lo porterà?» «Lo lasceremo qui. Si accomodi lui col suo amico greco e col tuo chitmudyar.
Io non so che cosa fare di lui. Quello che volevo sapere l’ho saputo, e noi non abbiamo tempo d’occuparci degli invalidi».
«Speriamo che i dayaki lo scambino per uno dei nostri uomini e lo decapitino» disse Yanez. «La sua testa a quest’ora gli pesa troppo sulle spalle, e da gran tempo avrebbe dovuto figurare fra qualche collezione di crani».
Seguì Sandokan, il quale si dirigeva verso la roccia che serviva da osservatorio. La pioggia continuava a cadere, ed una profonda oscurità avvolgeva le pianure sottostanti. Un punto luminoso che fosse comparso verso il settentrione sarebbe stato subito scorto. Le sentinelle avanzate, spiccate dai quattro gruppi dopo la ritirata dei dayaki, continuavano a sparare di quando in quando, qualche colpo di carabina, per far comprendere al nemico che la sorveglianza non veniva meno sul piccolo altipiano.
Sandokan e Yanez si erano messi in osservazione. La collina non era più visibile poiché l’oscurità, come abbiamo detto, tutto aveva avvolto all’intorno.
Trascorse un’ora senza che i dayaki rinnovassero l’attacco, ma poi la voce delle sentinelle tornò a echeggiare.

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