La ritirata sul Kinibalu

Sandokan e Yanez si erano slanciati giù dalla rupe, decisi a opporre la più disperata resistenza in attesa del segnale, non volendo assolutamente tentare la discesa, se prima non avevano la certezza che Sapagar e il capo dei negritos erano al sicuro.
L’esito della spedizione poteva dipendere ormai da quei due uomini. Un rinforzo di venti malesi, provati a tutte le battaglie per terra e per mare e per di più carichi di munizioni, non era da disprezzarsi in una lotta che poteva preparare, sulle rive del misterioso lago, delle sgradite e gravissime sorprese.
I quattro gruppi, all’allarme dato dalle sentinelle, avevano subito risposto con quattro sonori colpi di spingarda, coprendo di chiodi i fianchi del Kaidangan.
I dayaki dovevano aver provato l’effetto di quegli abbondanti getti di chiodi, poiché le scariche furono seguite da acutissime urla di dolore.
Le carabine, per la seconda volta, non tardarono a entrare in azione. Le scariche si succedevano alle scariche, quando le spingarde stavano per essere ricaricate.
L’altipiano pareva che fosse diventato un cratere. Quello che stupiva Sandokan e Yanez era il contegno che tenevano i negritos.
Quei piccoli uomini, quindici giorni prima ancora selvaggi e perfettamente ignari della manovra delle armi da fuoco, combattevano splendidamente, rivaleggiando coi malesi e cogli assamesi.
Stretti su due linee, aspettavano che i dayaki, i loro mortali nemici, si mostrassero dinanzi alle rocce, per fulminarli quasi a bruciapelo. Si prendevano certamente delle terribili rivincite, forti della superiorità delle armi e dell’appoggio dei loro formidabili compagni.
E le spingarde intanto tuonavano senza posa, confondendo le loro detonazioni coi tuoni scroscianti fra le nubi e aprendo, fra gli assalitori, delle larghe brecce che non sempre si chiudevano.
Malgrado le perdite enormi che subivano, i dayaki non cessavano di ritentare gli assalti. Ributtati, tornavano alla carica più furiosi che mai, cercando di venire all’arma bianca, ciò che non desideravano affatto né i malesi, né gli assamesi, troppo inferiori di numero per cimentarsi ad un così terribile scontro.
Le scariche duravano da una buona mezz’ora, con grande spreco di munizioni, quando verso la metà del picco si udirono parecchi gong strepitare fragorosamente.
«Che cosa significa ciò?» si chiese Yanez, il quale maneggiava una delle quattro spingarde. «Questo è un segnale».
In quel momento si udì Sandokan gridare: «Il fuoco!… Il fuoco di Sapagar!… Spazzatemi queste canaglie!… Alla carica!…» I quattro gruppi stavano per precipitarsi innanzi coi parang in pugno, quando le vociferazioni dei dayaki cessarono bruscamente.
«Ehi, Sandokan!…» gridò Yanez, il quale si era messo alla testa del suo drappello. «Chi è che vuoi caricare? Le rocce del Kaidangan?» «I dayaki, saccaroa!» «Se sono in piena ritirata!» «Fuggono?» «E più lesti dei babirussa. Credo che ne abbiano avute abbastanza e che per ora non si sentano più capaci di sopportare altre imbottiture di chiodi.
Devono averne un bel numero sotto la pelle».
«Allora è il momento di levare il campo» disse la Tigre della Malesia.
«Cerchiamo peraltro d’ingannarli. L’attacco è sempre stato fatto su questo fronte; ciò vuol dire che da questa parte tenteranno domani uno sforzo supremo e che è quella che noi dovremo specialmente sorvegliare».
«Certo» disse Yanez.
«Fa’ sciogliere gli attap e accendere dei falò a una certa distanza l’uno dall’altro. I dayaki crederanno che noi abbiamo piantato qui il nostro campo, mentre noi invece scapperemo dal lato opposto. Scenderemo su una sola fila, uomo per uomo e non di più. Che i negritos marcino innanzi con Kammamuri, essendo molto più lesti e più abili di noi, seguiranno i malesi colle spingarde guidati da me, e tu prenderai il comando degli assamesi insieme con Tremal-Naik.
Ti va?» «Approvo pienamente».
«Raccomanda loro il più profondo silenzio. Il greco può aver collocate delle sentinelle anche lungo i fianchi occidentali ed è quello che dobbiamo soprattutto evitare».
«E se si accorgono della nostra ritirata?» «Daremo dentro le linee dayake con impeto disperato e ci apriremo il passo coi parang. I nostri uomini sono valorosi e ho piena fiducia in loro».
«E io non meno di te, Sandokan» rispose Yanez.
«Fa’ quanto ti ho detto, mentre io vado a dire due parole a Nasumbata».
«Vuoi proprio lasciarlo qui?» «Quell’uomo ci sarebbe più d’impedimento che di utilità».
Si diresse verso un attap, dove si trovava coricato il traditore sempre colle braccia legate e la gamba ferita fasciata.
«Io ti dono la vita», gli disse Sandokan «mentre avrei avuto il diritto di togliertela; ma gli anni hanno calmato le ferocie della Tigre della Malesia».
«Grazie, capitano».
«Noi partiamo, mentre tu rimarrai qui, poiché noi non possiamo occuparci dei feriti. Non abbiamo troppa abbondanza di braccia».
«Come vuoi, capitano».
«Un’ultima domanda».
«Ti ascolto, capitano».
«Conto sulla tua sincerità».
«Io ti devo la vita».
«Dispone di molte armi da fuoco il rajah del lago?» «Non possiede che una dozzina di carabine ed un lila».
«Va bene: ora làsciati imbavagliare. Sono costretto a prendere le mie precauzioni».
«Fa’ come vuoi, capitano».
Sandokan sciolse la lunga fascia di seta rossa che gli stringeva i fianchi, ne stracciò un pezzo e imbavagliò piuttosto strettamente il traditore, lasciandogli libero il naso perché non corresse il pericolo di morire soffocato.
«Addio!» gli disse poi, bruscamente. «E bada di non farti più incontrare in mezzo ai miei nemici, poiché un’altra volta sarei inesorabile».
Quando lasciò l’attap, sette od otto falò ardevano sulle rocce che circondavano l’altipiano e la colonna, disposta in fila indiana, si trovava pronta a tentare la discesa del Kaidangan.
Come aveva ordinato, i negritos erano all’avanguardia, essendo quei piccoli uomini abituati alle marce notturne attraverso le foreste e dotati per di più d’un udito finissimo che permette loro di raccogliere, anche a notevoli distanze, i più deboli rumori; seguivano i malesi, i quali portavano le spingarde smontate, e finalmente gli assamesi colle ultime casse delle munizioni e con alcuni capi di selvaggina, non avendo voluto lasciarli ai dayaki.
Sandokan passò rapidamente in rivista la colonna, poi comandò: «Avanti!…» L’uragano scoppiava allora con grande violenza, rumoreggiando cupamente.
La pioggia cominciava a cadere fitta fitta, e il vento ululava attorno agli ultimi picchi del Kaidangan. Di quando in quando un lampo balenava fra le nubi tempestose, poi l’oscurità tornava a piombare, più densa di prima.
La lunga colonna sostò un momento sul margine occidentale dell’altipiano, poi i negritos, guidati dal sottocapo della piccola tribù e da Kammamuri, cominciarono la discesa.
Da quel lato la montagna era ripidissima e le foreste salivano, spingendosi più in alto che dalle altre parti. La discesa si effettuava ordinatissima fra gli scrosci di pioggia e i rombi assordanti dei tuoni. Ogni volta che un lampo rompeva il tenebrore, tutti gli uomini, le donne ed i fanciulli si gettavano prontamente a terra per non farsi scorgere dalle sentinelle dayake che potevano vegliare lungo i margini della foresta, poi riprendevano la loro marcia silenziosa, cogli orecchi tesi e gli occhi ben aperti.
Sulla cima del Kaidangan i falò, alimentati dal vento impetuoso, continuavano ad ardere con bagliori sanguigni. In lontananza, fra l’oscurità, brillava ancora il fuoco acceso da Sapagar e dal capo dei negritos.
Alle due del mattino, la colonna che si svolgeva lungo i fianchi del picco come un mostruoso serpente, raggiungeva felicemente i primi alberi.
Nessun allarme era stato dato. Probabilmente i dayaki, ingannati dai falò e temendo qualche improvviso contrattacco da parte degli assediati, avevano raccolti tutti i loro drappelli dispersi per le boscaglie per poter meglio resistere all’urto.
«Pare che tutto vada bene» disse Yanez, raggiungendo Sandokan, il quale aveva ordinato una breve fermata per lanciare innanzi alcuni esploratori.
«Io ho la speranza d’aver giuocato magnificamente quel cane d’un greco» rispose la Tigre della Malesia.
«Non credi che vi siano sentinelle qui?» «Se ve ne sarà qualcuna, la finiremo a colpi di parang. Ordina anzi ai tuoi uomini che nessuno faccia uso delle armi da fuoco, checché debba succedere.
Voglio raggiungere la pianura senza attirare l’attenzione del grosso dei dayaki.
Il pendio è troppo ripido per mettere in batteria le spingarde che costituiscono la nostra forza principale».
In quel momento i quattro negritos mandati in esplorazione ritornavano.
«Nulla?» chiese Sandokan a Kammamuri, il quale aveva rapidamente conferito coi piccoli uomini della foresta.
«Non vi sono dayaki, signore» rispose il maharatto.
«Sono ben sicuri?» «Quei selvaggi difficilmente s’ingannano» disse Yanez. «Tu lo sai meglio di me».
«Avanti!» comandò Sandokan.
La colonna si cacciò risolutamente sotto le boscaglie che coprivano i fianchi del Kaidangan. Pioveva sempre a dirotto e il vento s’ingolfava sotto le immense volte di verzura, torcendo rami e foglie ed ululando con maggior forza.
I lampi si succedevano ai lampi, seguiti da tuoni spaventevoli, ma ormai i fuggiaschi non se ne preoccupavano affatto, anzi, erano lieti di quegli improvvisi sprazzi di luce che permettevano loro di scoprire le sentinelle dayake, se si trovavano nascoste sotto gli alberi od in mezzo ai cespugli.
Avevano oltrepassata la zona scoperta e non avevano molto da temere di venire facilmente scorti.
La discesa continuò per un’ora ancora, sfilando fra piante gigantesche, i cui tronchi massicci non tremavano nemmeno sotto gli urti possenti delle raffiche.
Già la colonna non distava che tre o quattrocento metri dalla pianura, quando una parola passò di bocca in bocca, trasmettendosi rapidamente fino all’ultimo uomo che veniva in coda.
«Alto!…» Yanez lasciò gli assamesi e si avvicinò a Sandokan.
«Che ci abbiano tagliata la ritirata?» gli chiese.
«Non credo» rispose la Tigre della Malesia.
«Perché allora questa fermata, proprio ora che la discesa è quasi compiuta?» «Aspettiamo Kammamuri. Egli è all’avanguardia coi negritos e verrà a dirci qualche cosa. Tieni raccolti i tuoi uomini».
«Vi è Tremal-Naik con loro e mi fido completamente di lui. Vale un generale».
«Possiamo aver bisogno di lanciare qualche reparto alla carica. Siamo già lontani e con tutto questo fracasso che producono i tuoni e le raffiche nessuno saprebbe distinguere una scarica di fucili. Ecco Kammamuri, se non mi inganno.
Sapremo chi è stato che ci ha fermato».
Il maharatto infatti risaliva rapidamente la montagna per raggiungere i suoi capi, mentre ordinava agli uomini che formavano la colonna di tener pronte le armi.
«Dunque, quali nuove, Kammamuri?» chiese Sandokan.
«Vi è una piccola guardia di dayaki imboscata alla base della montagna, fra le alte erbe».
«Ci ha scorti?» «No; i negritos l’hanno invece scoperta alla luce d’un lampo».
«Piccola, hai detto?» disse Yanez.
«Solamente pochi uomini».
«Lascia fare a me, Yanez» disse Sandokan.
Si volse verso i suoi malesi.
«Mettete a terra le spingarde e seguitemi» ordinò loro. «Nessun colpo di fucile, ricordatevelo. Attaccheremo coi parang e coi kriss. Tu, Yanez, tieni sottomano gli assamesi, affinché accorrano alla mia chiamata. Spero però di non averne bisogno. A me, Tigri di Mòmpracem!…» I malesi erano già pronti a seguirlo. Avevano deposte le spingarde ed i cavalletti di sostegno, si erano gettati ad armacollo i fucili e avevano sguainate le pesanti e lucentissime sciabole.
Sandokan si mise alla loro testa, mentre i negritos si accovacciavano, formando un gruppo serrato sotto le immense foglie d’un banano per proteggersi dalla pioggia, la quale non cessava di scrosciare impetuosissima. Gli assamesi invece erano rimasti in piedi per essere più lesti ad accorrere, nel caso che vi fosse bisogno dei loro tarwar. Yanez però era tanto sicuro di non dover intervenire, che aveva accesa la sigaretta. Già prima di lasciare il picco aveva fatto aprire la sua cassa particolare, dove aveva fatto ammassare migliaia di sigarette per non annoiarsi troppo durante la discesa della montagna.
Sandokan e i suoi malesi scivolavano intanto, in silenzio, come ombre, attraverso gli alberi, sostando dietro gli enormi tronchi quando qualche lampo squarciava le nubi.
Volevano piombare sui dayaki di sorpresa e finirli sul posto, prima che avessero il tempo di mandare un grido.
Certo con quella pioggia torrenziale i selvaggi non potevano aspettarsi un attacco, tanto più che credevano i loro avversari bloccati sulla cima del picco.
Passando di tronco in tronco, il drappello non tardò a raggiungere la pianura.
Già Sandokan alla luce dei lampi aveva notato esattamente il luogo ove si trovava imboscata la piccola guardia, e al pari di lui l’avevano notato i suoi uomini.
«Attenti!» disse ai suoi malesi, i quali lo seguivano da vicino, impazienti di menare le mani. «Non sono che sette od otto e non dovete lasciarne fuggire nemmeno uno».
Si gettarono fra le altissime erbe, strisciando come serpenti, e giunsero inosservati a pochi passi dalla guardia. I dayaki stavano rannicchiati gli uni sugli altri, intenti solo a ripararsi alla meglio dalla pioggia che infuriava sempre.
Sandokan attese qualche minuto, per lasciar tempo ai suoi uomini di radunarsi, poi si scagliò innanzi colla scimitarra alzata, gridando: «Addosso, Tigri di Mòmpracem!…» I dayaki, udendo quel comando, si erano alzati prontamente per respingere quel fulmineo attacco, ma era troppo tardi ormai.
Un furioso combattimento s’impegnò d’ambo le parti, essendo anche quei terribili cacciatori di teste valentissimi guerrieri.
I trenta malesi ebbero però facilmente ragione di quel piccolo drappello. Due minuti dopo la piccola guardia giaceva intera, senza moto, fra le alte erbe, mescolando il suo sangue alla pioggia torrenziale.
Sandokan si tolse il fischietto d’oro e mandò una nota acuta.
Subito negritos ed assamesi scesero di corsa l’ultimo tratto del Kaidangan, radunandosi sul margine dell’immensa pianura.
«É finito?» chiese Yanez.
«Sono caduti tutti» rispose Sandokan.
«Dispiace però uccidere così».
«Era necessario, Yanez. D’altronde se essi avessero potuto sorprendere noi, fra quindici giorni le nostre teste farebbero una poco attraente figura nella capanna di qualche capo».
«Questo è vero, e io non desidero affatto lasciare qui il mio cranio. La rhani dell’Assam piangerebbe troppo, se perdesse il suo principe consorte».
«Pensi molto a Surama?» «Per Giove! É mia moglie! Si va innanzi, fratellino?» «A tutte gambe. Dove sono le spingarde?» «Le portano i miei assamesi».
«Corriamo, Yanez, e corriamo molto. Domani il greco darà un nuovo assalto alla cima del Kaidangan e, quando si accorgerà della nostra fuga, ci darà una caccia spietata attraverso queste immense pianure. Noi non potremo ritenerci sicuri se non quando avremo data la scalata del Kinibalu».
«Una marcia lunga?» «Un centinaio di chilometri».
«Aho!… Tre giorni di marcia per lo meno, con queste dannate erbe».
«Cercheremo di ridurla a due. É formata la colonna?» «Sono tutti pronti».
«Avanti sempre i negritos!» «Sono già alla testa».
«Gambe allora!… Marcia forzata!…» Si misero in cammino attraverso quelle altissime erbe, le quali davano non poco impaccio, tanto da costringere Sandokan a mandare una decina di assamesi alla testa della colonna perché aprissero una specie di solco coi loro affilatissimi tarwar, i quali si prestavano molto meglio dei pesanti parang.
Le donne negrite si erano presi sulle spalle i ragazzi perché non si smarrissero, cosa facilissima con quell’oscurità e con quel caos di vegetali.
La pioggia era cessata, ma l’uragano non si era ancora calmato. I tuoni rombavano sempre con un fracasso spaventevole e delle raffiche impetuosissime s’abbattevano di quando in quando sulla pianura, curvando le erbe gigantesche.
Tutti affrettavano il passo più che potevano, perfino i malesi che portavano le lunghe e pesanti spingarde e le casse delle munizioni.
Era assolutamente necessario guadagnare molta via, prima che i dayaki si accorgessero della fuga miracolosa dei loro nemici ed organizzassero l’inseguimento.
Una battaglia in aperta campagna non era affatto desiderata da Sandokan, il quale conosceva benissimo il valore e l’impeto selvaggio dei suoi avversari.
L’alba li sorprese a una dozzina di miglia dal Kaidangan, poiché le ultime le avevano percorse quasi correndo, mettendo a dura prova le gambe delle donne, quantunque quelle piccole selvagge siano abituate alle lunghissime marce per sfuggire agli agguati dei cacciatori di teste.
Sandokan comandò una breve fermata non volendo stremare completamente la colonna.
Mentre i suoi uomini si accampavano alla meglio insieme ai malesi e i negritos e squartavano un babirussa per divorarselo crudo, essendo stato assolutamente proibito di accendere il fuoco, per non segnalare al nemico la loro direzione e per evitare anche il pericolo d’incendiare le alte erbe che erano in parte già secche, Yanez, Sandokan e Tremal-Naik rifecero la via per quattro o cinquecento metri, raggiungendo una piccola ondulazione del suolo.
Di là potevano meglio osservare il Kaidangan e fors’anche scoprire le mosse dei nemici se marciavano in grosse colonne.
Il gigantesco picco s’ergeva maestoso, colla cima indorata dai primi raggi del sole nascente.
I falò ormai non ardevano più. La pioggia torrenziale caduta durante la notte doveva averli spenti da molte ore.
Delle sottili colonne di fumo s’alzavano tuttavia presso i margini delle foreste arrampicantisi su pei fianchi del colosso.
«Sono ancora accampati i nostri nemici» disse Sandokan, il quale aveva una vista acutissima, malgrado l’età piuttosto avanzata. «A quanto pare non si sono ancora accorti di nulla e ci credono sempre sulla cima del Kaidangan».
«E abbiamo già un bel vantaggio» aggiunse Yanez.
«Che a poco a poco scomparirà, fratellino mio. I dayaki sono lesti corridori; non portano altro carico che le loro armi e la cesta per mettervi dentro la testa del primo nemico che riescono ad uccidere, mentre noi abbiamo delle donne, dei fanciulli, le casse delle munizioni e le spingarde».
«Questo è vero, Sandokan; non hanno però dato ancora l’attacco alla cima, quindi hanno da cominciare l’inseguimento. Chissà che non aspettino questa sera per tentare una sorpresa».
«Sarebbe per noi una grande fortuna» disse Tremal-Naik.
«Sono tutte speranze» rispose la Tigre della Malesia. «Io vorrei trovarmi già sul Kinibalu, rinforzato da Sambigliong e dai suoi uomini. Bah! Vedremo: non siamo ancora morti».
Tornarono all’accampamento e fecero colazione con poche fette di lardo tagliate da un pezzo di ventre del babirussa, che era stato loro serbato. Non avendo di meglio, fecero onore anche a quel magro pasto, senza fare nessuna smorfia.
Certo che avrebbero preferito un buon arrosto ma, come abbiamo detto, la prudenza aveva consigliato Sandokan a proibire severamente il fuoco.
Un’ora dopo, la colonna riprendeva la sua marcia verso il sud per raggiungere al più presto il secondo picco.
L’uragano si era dileguato, e il sole versava torrenti di fuoco sulla vasta pianura, assorbendo rapidamente l’umidità.
Una leggera nebbia ondeggiava al di sopra delle alte erbe, disperdendosi poscia in grandi cortine, che il vento mattutino non tardava ad abbattere.
A mezzodì il Kaidangan non era più visibile. Si erano già messi in caccia i dayaki, oppure bivaccavano ancora sulle sue falde, aspettando la notte per ritentare l’assalto? Era ciò che si chiedevano, con una certa apprensione, Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e Kammamuri.
Come saperlo? Tutti peraltro sentivano per istinto d’avere ormai le sanguinarie orde alle spalle, ansiose di schiacciare la piccola colonna nella pianura.
Alla sera, più di cinquanta chilometri erano stati percorsi, però tutti erano esausti, specialmente le donne, che non avevano lasciato i loro piccini, e i portatori delle spingarde.
Un lungo riposo s’imponeva, poiché, la notte innanzi, nessuno aveva potuto chiudere gli occhi.
Sandokan fece tagliare le erbe per un vasto tratto e improvvisare un accampamento, piazzando, per maggior precauzione, le quattro spingarde agli angoli.
La guardia fu affidata ai negritos, i quali apparivano meno stanchi, insieme ad alcuni malesi.
Gli altri, divorati gli avanzi del babirussa sventrato al mattino, si lasciarono cadere sui fasci d’erba, mettendosi le carabine ai fianchi. Yanez, Sandokan e Tremal-Naik si cacciarono dietro le casse delle munizioni che erano state rizzate in modo da proteggerli dal vento notturno e, dopo una fumata e qualche parola, non tardarono alla loro volta ad addormentarsi, quantunque fossero tormentati dal dubbio di essere cercati dalle orde del rajah del lago.
Dormivano da parecchie ore gli accampati, quando i malesi, che vegliavano insieme ai negritos, svegliarono Sandokan.
«Capo» disse uno. «Vi sono delle colonne di fumo che s’innalzano sulla pianura».
La Tigre della Malesia, che dormiva con un solo occhio, aspettandosi da un momento all’altro un attacco, s’alzò, scuotendo Yanez e Tremal-Naik, i quali russavano tranquillamente.
«Pare che il greco ci abbia quasi raggiunti» disse loro.
«Che Belzebù se lo porti all’inferno» rispose il portoghese, il quale pareva che fosse, contro il solito, di cattivo umore. «Mi pareva di essere alla corte dell’Assam, sul mio letto dorato, coi quattro pavoni imbalsamati ritti ai quattro angoli, colle ali e la coda spiegata. Che cosa vuole ancora quel noioso pescatore di spugne?» «Ti dico che sta per raggiungerci» disse Sandokan.
«Comincia a seccarci un po’ troppo. Bisogna cacciargli nel cranio una ventina di grammi di piombo».
«Ma che!… Cento!…» esclamò Tremal-Naik.
«Una scarica di mitraglia!…» «Va’ tu, Yanez, a sparargliela addosso» rispose Sandokan.
«Per il momento non ne ho nessuna voglia» disse il portoghese, stiracchiandosi le membra. «Aho! Che noia!…» «Ehi, fratellino, dormi ancora?» «Sarei stato felice di continuare il mio sogno. La corte, il mio letto dorato, i quattro pavoni…» «E la tua testa a fare delle brutte smorfie sul palco di qualche capanna dayaka!» disse Sandokan.
«Per Giove! Questo no! E Surama? Come piangerebbe quella brava fanciulla se non vedesse più ritornare il suo sahib bianco!» «Allora lascia i fasci d’erba e riprendi la marcia».
«Per Giove! Noi diventeremo tanti ebrei erranti!…» «Non so che cosa sono» rispose Sandokan, il quale era diventato molto serio.
«So che bisogna camminare o meglio correre, per salire il Kinibalu prima che i dayaki ci giungano addosso».
«Hai capito, Tremal-Naik?» chiese il portoghese, alzandosi e prendendo la carabina. «Camminare sempre, giorno e notte. É così che Sandokan conquista i regni. Quando però io ho rovesciata la vecchia dinastia dell’Assam ho camminato meno. Te ne ricordi?» «Abbiamo però avuto maggiori avventure» rispose l’ex “Cacciatore della Jungla Nera”.
«Sì, un po’ più brillanti» disse Yanez. «L’India però non è il Borneo».
«Un paese meraviglioso» disse Sandokan. «Vieni però a vedere quei fuochi che brillano sul lontano orizzonte».
«Per Giove!… Sarà della legna o dell’erba secca che brucia!…» «Accesa dai dayaki però».
«Se ti ho detto che cominciano ad annoiarmi».
«E verranno a prenderti anche la testa, fratellino».
«Oh!… Non così presto!» «Vieni a vederli».
Yanez si alzò non senza fatica e s’avanzò fra le erbe tagliate a circa un piede dal suolo.
Delle colonne di fumo rossastro s’alzavano a una grande distanza, piegandosi di quando in quando sotto i soffi della brezza notturna.
Erano dieci, quindici, venti. Un grande accampamento si estendeva certamente dietro a quei fuochi.
«Li vedi, Yanez?» chiese Sandokan.
«Per Giove! Non sono cieco».
«E nemmeno io» disse Tremal-Naik.
«Hanno lasciato il Kaidangan e si sono accampati nella pianura».
«Eh!… La caccia è cominciata» rispose il portoghese, colla sua calma abituale. «Ciò doveva avvenire. Che cosa vuoi fare?» «Riprendere la marcia».
«Resisteranno i nostri uomini?» «Se vogliono salvare la pelle, devono camminare».
«L’argomento è interessante».
«Non scherzare, Yanez».
«Sai che difficilmente io sono serio, quantunque nell’Assam abbia fatto l’inglese».
«Un inglese che minacciava di accoppare perfino il padrone dell’albergo» disse Tremal-Naik.
«Hai ragione: me n’ero dimenticato» rispose Yanez, scoppiando in una risata sonora.
«Avete ancora un po’ di forza nelle gambe?» chiese Sandokan.
«Io non sono ancora zoppo del tutto» rispose il portoghese.
«E nemmeno io» aggiunse Tremal-Naik.
«Allora leviamo il campo».
Ritornarono frettolosamente e diedero ordine alle sentinelle di svegliare tutti.
Non erano trascorsi cinque minuti che la colonna si trovava pronta a rimettersi in marcia. Solamente i fanciulli e le fanciulle strillavano, quantunque le loro madri cercassero di far comprendere loro la gravità del pericolo.
«Suvvia, un ultimo sforzo» disse Sandokan ai suoi uomini. «Domani sera ci accamperemo sul Kinibalu e forse di lassù potremo scorgere il lago dei miei padri. Sono sempre in testa i negritos?» «Sì, Tigre della Malesia» rispose Kammamuri. «Sono sempre sotto il mio pugno di ferro».
«Da’ il segnale, colonnello» disse Yanez. «Ti sei già scordato di essere un grande condottiero?» «No, Altezza».

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