La sorpresa notturna

Sulla cima del gigantesco albero si udivano degli spaventosi ululati, accompagnati da scricchiolii che crescevano d’intensità e da una vera tempesta di enormi frutta.
I due maias, maschio e femmina, accortisi senza dubbio della presenza di quegli intrusi, si agitavano furiosamente, scrollando i rami carichi di frutta, con la speranza di accopparli.
Yanez, Sandokan e i loro compagni, accortisi a tempo di quella grandine mortale, avevano preso immediatamente il largo, mettendosi in salvo sotto i foltissimi sarmenti dei piper nigrum.
«Che siano diventati idrofobi, quei bestioni?» chiese Kammamuri, il quale appariva un poco spaventato, dopo la terribile avventura appena toccatagli.
«Non ti augurerei di trovarti dinanzi a loro in questo momento» rispose Yanez. «Se non sono disturbati, sfuggono ordinariamente gli uomini e se ne vanno per la loro strada. Ma quando i maias si vedono assaliti, diventano estremamente pericolosi. Non farti prendere una seconda volta, perché non risponderei della tua vita».
«Cerchiamo di fucilarli a distanza» disse Sandokan, il quale teneva la carabina puntata in alto. «Se le foglie non nascondessero il loro nido, a quest’ora qualcuno sarebbe certamente caduto ai nostri piedi colle membra fracassate».
«Nido, hai detto?» chiese Tremal-Naik. «I quadrumani non sono uccelli, mi pare».
«Gli altri forse e non già gli urang-outan. Senza essere aquile, si formano delle vere piattaforme, d’una solidità a tutta prova, che si costruiscono proprio sulla cima delle più alte piante, con dei rami grossissimi che non cedono facilmente e che talvolta sono impenetrabili perfino alle palle».
«Mi pare di vedere una di quelle brutte scimmie» disse Yanez, alzando la carabina.
«Sparale addosso» rispose Sandokan.
«Adagio, fratellino. Voglio essere ben sicuro del mio colpo. Tu sai che se vengono solamente feriti, diventano furiosi, e allora possono affrontare perfino dieci uomini».
«La vedi ancora?» «No, è scomparsa. Si divertono a tempestarci di durion. Bah!… Faremo più tardi un’eccellente colazione. Ohe, di lassù!… Diventate pazzi?» «Che il maschio sia diventato improvvisamente geloso della cassa delle munizioni?» disse Tremal-Naik.
«Ce le getterebbe giù e l’affare sarebbe finito» rispose Sandokan.
Pareva infatti che i due urang-outan fossero diventati furibondi. Scuotevano terribilmente i rami, facendo precipitare al suolo una vera grandine di quelle deliziose eppure pericolosissime frutta, pestavano la piattaforma che serviva loro di nido, come se volessero schiantarla e mandavano ora dei fischi stridenti ed ora degli ululati formidabili, i quali si ripercuotevano stranamente sotto le infinite volte di verzura della grande foresta.
I quattro avventurieri per nulla atterriti da tutti quei clamori, si erano messi a girare e rigirare intorno al gigantesco durion, spiando il momento opportuno di fare un buon colpo.
Si tenevano peraltro alla larga, per non ricevere sul cranio qualche frutta, poiché i due urang-outan, non contenti di scuotere i rami, di quando in quando ne lanciavano anche colle mani, cercando di colpire i loro avversari.
Ma la macchia dei piper nigrum era così fitta, che difficilmente quei proiettili spinosi riuscivano a toccare il suolo e rimbalzavano in tutte le direzioni, spaccandosi e lasciando cadere le grosse castagne che contenevano nel loro interno.
«Ehi, Sandokan» disse Yanez, il quale aveva compiuto più di venti giri.
«Comincio ad averne abbastanza di queste passeggiate circolari col pericolo di sentirmi spaccare, da un momento all’altro, la testa. Non si potrebbe trovare qualche via per snidarli?» «Cerca tu che hai sempre avuto delle splendide idee» rispose la Tigre della Malesia.
«Ho già trovato».
«Me lo immaginavo».
«Giacché quei furfanti non si decidono a mostrarsi, andrò a trovarli».
«Arrampicandoti sul durion?» «Non sono così pazzo, per Giove!… La mia testa mi preme conservarla ancora un po’».
«Spiègati meglio dunque».
Yanez, invece di rispondere, si diresse verso un buà nanghe, un bellissimo albero che cresceva isolato ad una trentina di metri dal gruppo dei durion e che produce delle frutta somiglianti a quelle dell’albero del pane, ma così grosse, che spesso occorrono due uomini che le portino appese ad un bambù.
«Vuoi seguirmi, Tremal-Naik?» chiese. «Vi sono dei rotang e dei calamus che pendono in gran numero dai rami, e quando avremo raggiunto una buona altezza, potremo mettere a posto quei due dannati urang-outan che si ostinano a non volerci restituire la roba rubata. Tu che sei un tiratore meraviglioso li metterai subito fuori di combattimento».
«E se scendono, noi li aspetteremo, è vero, Kammamuri?» disse Sandokan.
«Con quattro palle bene collocate si può atterrare anche un elefante».
Il portoghese, seguito da Tremal-Naik, si aggrappò ad un festone di rotang che pendeva da un ramo del buà nanghe e cominciò a issarsi coll’agilità d’un gabbiere, mentre Sandokan e Kammamuri si nascondevano dietro il tronco, pronti a fucilare le due gigantesche scimmie.
Il baccano non accennava a cessare sulla cima del durion.
I due urang-outan continuavano a urlare a squarciagola, percotendosi, di quando in quando, i petti, i quali risuonavano come dei tamburi di legno.
Le frutta non cessavano di cadere, ed alcune lanciate dai due scimmioni, giungevano perfino nei pressi del buà, senza però arrestare la salita del portoghese e dell’indiano, i quali procuravano di tenersi dall’altra parte del tronco. Raggiunto un grosso ramo che si estendeva orizzontalmente a più di trenta metri dal suolo, Yanez guardò verso la cima del durion.
I due maias erano perfettamente visibili a quell’altezza.
Saltavano sulla piattaforma, formata di grossi rami disposti in croce con una certa abilità, come se fossero stati colti da un improvviso accesso di follia, senza cessare di fischiare e di ululare.
Di quando in quando si avventavano, con impeto furioso, in mezzo ai rami della pianta e li scuotevano per far cadere le frutta che ancora rimanevano.
Avevano il pelo rossastro arruffato, gli occhietti sfolgoranti, il gozzo enormemente gonfio.
«Come sono brutti!» esclamò l’indiano, il quale aveva raggiunto il portoghese.
«E come sono pericolosi!» aggiunse questi.
«Potremo abbatterli con un colpo di carabina?» «Sì e no».
«Sono dunque corazzate quelle bestie?» «Veramente no, però possono resistere anche a parecchie palle. Un giorno io ne ho veduto fuggire uno, quantunque fosse stato salutato da più di dieci colpi di fuoco, sparati a brevissima distanza».
«Ah!… Vediamo!…» disse Tremal-Naik.
Il maschio, riconoscibile pel maggior sviluppo della sua corporatura, si era gettato fra i rami del durion e non cessava di scuoterli, tentando di spezzarli, per poi rovesciarli sulla testa degli assalitori.
Ululava spaventosamente e gonfiava il gozzo per rendere i suoni più acuti.
Tremal-Naik si accomodò per bene sul ramo, alzò la carabina appoggiandola su un altro ramo che si prolungava sopra di lui e mirò con grande attenzione.
Un istante dopo si udirono due spari.
Il maias mandò un urlo rauco, che parve il ruggito d’un leone, poi spiccò un gran salto piombando fra i rami di un durion che s’innalzava a cinque o sei metri di distanza dalla piattaforma, quindi si mise a scendere il tronco con velocità fulminea servendosi delle mani e dei piedi.
«Sandokan, guàrdati!…» gridarono ad un tempo Yanez e Tremal-Naik.
«Lo aspettiamo» rispose la Tigre della Malesia.
«Giù, Tremal-Naik!…» comandò il portoghese.
I due uomini s’aggrapparono al festone di rotang e si lasciarono scivolare fino a terra. Quasi nel medesimo istante anche l’urang-outan saltava in mezzo ai piper nigrum.
Era spaventevole a vedersi. Aveva tutto il petto imbrattato di sangue, il pelame irto, gli occhietti sfolgoranti come se avesse al posto delle pupille due carboni ardenti.
Alzò le formidabili braccia, mandando un urlo cavernoso, poi si gettò all’impazzata contro i quattro avventurieri che lo aspettavano a pié fermo, colle carabine puntate.
Con un salto gigantesco piombò addosso a Tremal-Naik, il quale non aveva avuto il tempo di ricaricare l’arma e tentò di afferrarlo, come se avesse compreso che quelle ferite le doveva a lui.
Sandokan, con una mossa fulminea, gli sbarrò il passo e lasciò partire, quasi a bruciapelo, i suoi due colpi.
L’urang-outan, nuovamente ferito, girò due o tre volte su se stesso con rapidità vertiginosa, sfuggendo alle fucilate di Kammamuri, poi, vedendo Yanez, il quale si trovava solamente a tre o quattro passi di distanza, gli si avventò rabbiosamente addosso.
Aveva però trovato il pane pei suoi denti.
Il portoghese, che al pari della Tigre della Malesia non era alle sue prime armi in quelle cacce pericolosissime, si gettò prontamente dietro il tronco d’un durion per evitare l’urto.
L’urang-outan, reso folle dalle ferite ricevute, gli si slanciò dietro per inseguirlo, ma trovò il cacciatore colla carabina puntata, in perfetta linea.
Aprì le mascelle ed afferrò le due canne credendo di stritolarle come se fossero canne da zucchero.
Subito due detonazioni rintronarono.
Il maias aveva inghiottito le due cariche e la sua grossa testa era scoppiata come una zucca.
Rimase un momento ritto, guardando il suo assassino coi suoi occhietti lampeggianti, stringendo ancora le canne della carabina, poi abbassò la testa sul petto, lasciò penzolare inerti le sue lunghissime braccia e si accasciò su se stesso.
Le due palle gli avevano attraversato il cervello e distrutta completamente la laringe.
«Colpo maestro!…» esclamò Sandokan, il quale stava ricaricando precipitosamente la sua carabina, imitato da Tremal-Naik e da Kammamuri. «Tu, fratellino, possiedi un sangue freddo veramente meraviglioso».
«Si trattava di salvare la pelle del mio viso» rispose il portoghese. «Se colle sue zampacce mi arrivava, mi portava via naso, occhi, bocca e forse perfino gli orecchi».
«Scappa!…» urlò in quel momento Kammamuri.
«Chi?» domandarono tutti ad una voce.
«La maias!… E scappa colla nostra cassa!…» «Per Giove!…» «Saccaroa!…» «Per Siva!…» La femmina dell’urang-outan, approfittando del momento in cui nessuno faceva attenzione ad essa, erasi lasciata scivolare lungo il tronco del durion e scappava a tutte gambe attraverso ai piper nigrum.
Meno male se fosse fuggita sola, ma invece, per un capriccio o per una simpatia inesplicabile, aveva preso il largo portando con sé la cassa delle cartucce alla quale tanto teneva, e non senza motivo, Sandokan.
Un grido solo sfuggì ai quattro uomini: «Su, in caccia!…» Si erano scagliati attraverso la macchia, sparando qualche colpo di carabina, il quale non aveva ottenuto altro effetto che di raddoppiare la corsa della maias.
«Ci sfugge!…» urlava Yanez, il quale faceva degli sforzi sovrumani per spezzare i rotang ed i calamus che gli sbarravano il passo.
«Non la perdete di vista!…» gridava Sandokan. «Non perdiamo la nostra provvista di munizioni!…» «Taglia le liane, Kammamuri!…» strepitava Tremal-Naik. «Giù colpi di tarwar!… Aprici il passo!…» Il maharatto faceva del suo meglio per tracciare un sentiero attraverso la macchia, vibrando colpi formidabili sui sarmenti intricatissimi dei piper nigrum, dei rotang, dei calamus e sui rami dei cespugli che crescevano dovunque sotto i grappoli rosseggianti, ma non riusciva nel suo intento.
Ci sarebbe voluta la scure d’un titano per sfondare quella parete vegetale la quale opponeva dovunque una resistenza tenacissima.
La maias intanto aveva preso rapidamente il largo, senza abbandonare la preziosa cassa.
Saliva con rapidità fulminea le piante, balzava di sarmento in sarmento, come se fosse una palla di gomma, passava sopra i festoni di piante parassite, come se fossero ponti volanti, e guadagnava sempre via. Sandokan, Yanez e anche Tremal-Naik le avevano sparato addosso non pochi colpi senza riuscire a colpirla.
L’agilissima scimmia si muoveva con tale rapidità, da sfidare la mira dei migliori cacciatori del mondo.
«Fèrmati, bestia maledetta!…» urlava Yanez.
«Ladra!… Restituiscimi la cassa che mi hai rubata!…» gridava Kammamuri, esasperato.
Era fiato sprecato. La maias continuava la sua rapidissima fuga, senza abbandonare la cassa delle munizioni.
Giunta sul margine della macchia, salì sopra un albero e scomparve agli occhi degli inseguitori.
«É nostra!…» gridò Kammamuri.
«Chi te lo dice?» chiese Sandokan, il quale s’affannava anche lui a tagliare sarmenti e fibre vegetali a colpi di scimitarra.
«Ho notato la pianta sulla quale si è rifugiata».
«E tu credi di trovarla lassù? Ve ne sono delle migliaia e migliaia d’altre dietro a quella. Ormai quella bestiaccia ha guadagnata la foresta e non sarà cosa facile scovarla. I maias balzano da un albero all’altro, meglio delle più agili scimmie e chissà a quest’ora quale vantaggio avrà su di noi».
«E la lasceremo andare?» «Ah!… Questo lo vedremo!» Anch’essi erano riusciti a raggiungere l’orlo della macchia e si erano fermati sotto l’albero su cui si era rifugiata la maias.
Era un bellissimo pombo, molto alto, dal fogliame verde cupo e assai folto.
Sandokan girò due o tre volte intorno al tronco guardando in alto e non scorse nulla.
«Me l’ero immaginato» disse.
A pochi metri dall’albero cominciava la grande foresta. L’urang-outan doveva essersi slanciato contro qualche altro albero ed allontanato senza lasciare alcuna traccia.
«Eccoci in un bell’impiccio» osservò Yanez, il quale appariva molto seccato.
«Dobbiamo lasciarla andare, Sandokan?» «Quante palle hai?» «Una mezza dozzina».
«E tu, Tremal-Naik?» «Porto le mie due ultime cariche nella carabina».
«E anch’io» disse Kammamuri.
«E io non ne posseggo più di voi. Chi oserebbe, con una decina di colpi attraversare questa boscaglia battuta dalle belve feroci e molto probabilmente anche dai dayaki? Quella cassa ci è assolutamente necessaria, amici».
«I nostri uomini devono aver abbondanti munizioni» osservò Tremal-Naik.
«Lo spero, ma sono lontani almeno venti miglia» rispose Sandokan. «Ci vorrà del tempo prima che possiamo raggiungerli. Tu non conosci le nostre foreste».
«E quali sorprese nascondono!» aggiunse Yanez.
«Riusciremo a scovare quella ladrona?» chiese Kammamuri.
«Io non dispero» rispose Sandokan. «Sono certo che questa sera la maias tornerà al suo nido».
«E perderemo dieci o dodici preziosissime ore» disse Tremal-Naik.
«Non t’inquietare pei nostri uomini. Finché non ci vedranno ritornare, non lasceranno l’isolotto».
«E poi sono in buon numero e hanno potuto sbarcare le spingarde» aggiunse Yanez. «I dayaki hanno non poca paura di quelle armi».
«E li guida uno dei miei più valenti pirati. Sapagar vale quanto Sambigliong.
Sgombriamo o la maias non tornerà più».
«Andiamo ad accamparci sulle rive del fiume» disse Yanez. «Là avremo almeno qualche probabilità di procurarci la colazione».
Dopo essere rimasti qualche minuto ancora in ascolto, girarono la macchia esternamente e s’avviarono verso il fiume, il quale non era molto lontano. Un caldo soffocante regnava sotto le infinite volte di verzura, non soffiando il più leggero alito di vento. Pareva che dal suolo uscissero delle vampe.
Gli uccelli erano tutti scomparsi. Solamente fra le foglie cantavano le lucertole, le geh-ko, così chiamate dal loro grido, e nelle pozzanghere sonnecchiavano, semi-immerse, le beroah, altra specie di lucertole che raggiungono sovente una lunghezza di due metri e che sono affatto inoffensive, malgrado la loro mole.
Dopo un quarto d’ora i quattro avventurieri giungevano sulla riva del corso d’acqua, quasi di fronte al luogo ove si trovava mezzo sommersa la barcaccia.
«Si vede nessuno?» chiese Sandokan a Yanez, il quale era giunto pel primo.
«Tutto è tranquillo qui» rispose il portoghese.
«Si vede che i dayaki hanno rinunciato ad inseguirci».
«Si saranno fermati presso l’isolotto. Cerchiamoci la colazione».
«É quello che stavo per proporvi, signor Yanez» disse Kammamuri.
La colazione però fu magrissima, poiché non si compose che di enormi arance, di buà momplam, manghi di cattiva qualità che tramandano un cattivo sapore di resina, e di durion.
Dissetatisi nel fiume, alzarono un altro attap e vi si cacciarono sotto per schiacciare un sonnellino, sotto la guardia di Kammamuri, il quale aveva dichiarato di non sentire affatto il bisogno di chiudere gli occhi e di divertirsi a udir cantare le geh-ko, le quali si trovavano in gran numero nei dintorni.
Il sonno dei tre avventurieri, non disturbato da alcun avvenimento, si prolungò fino quasi al tramonto del sole.
Il maharatto non era però rimasto inoperoso durante tutte quelle ore, ed aveva preparato una cena da tutti inaspettata, sotto la forma d’una superba testuggine che aveva sorpresa fra i canneti del fiume e che aveva sapientemente arrostita.
«É il momento di andarci ad appostare» disse Yanez, quando la testuggine fu scomparsa nei loro ventri. «La maias può aver riguadagnato di già il suo nido».
«Vi raccomando però di procedere colle maggiori cautele» suggerì Sandokan.
«Se ci sfugge anche questa volta non la ritroveremo più mai».
Abbatterono per la seconda volta l’attap, gettando i bastoni e le foglie nel fiume, e si misero in marcia nel momento in cui il sole scompariva dietro i grandi alberi e le tenebre cominciavano ad addensarsi sotto il fogliame.
Sandokan si era messo alla testa e procedeva lentamente, passando fra sciàmi di grosse lucciole, specie di lampyris, che le donne malesi e dayake usano rinchiudere dentro bolle di sottilissimo vetro per servirsene come di lampadine.
Un silenzio profondo regnava nella grande foresta, rotto solo, di quando in quando, da un grido rauco lanciato da qualche kubang, un grosso gallo volante che ha due larghe membrane ai fianchi, collegate colle zampe anteriori e posteriori e che gli permettono di spiccare delle volate di venticinque o trenta metri.
Era ancora troppo presto per gli animali da preda. Non dovevano mettersi in caccia che assai più tardi.
Il piccolo drappello, passo passo, attraversò la distanza che separava la macchia dal fiume e raggiunse finalmente i piper nigrum.
«Ci sarà?» chiese Tremal-Naik sottovoce.
«Ne sono sicuro» rispose Sandokan.
«Come potremo saperlo?» «Aspetteremo la luna; non deve tardare ad alzarsi».
«Prenderemo posizione sul pombo?» chiese Yanez.
«Appunto di lassù apriremo il fuoco» rispose Sandokan.
«Padrone» disse Kammamuri. «Volete che vada ad assicurarmi se quella bestiaccia si trova realmente lassù? Russano forte?» «Fortissimo».
«Vi sono dei calamus che scendono tutto intorno al durion, ed io sono agilissimo ancora».
«Ti senti il coraggio?» «Non mi spingerò fino al nido».
«Purché la maias non se ne accorga e non ti scaraventi addosso qualche frutta».
«Li hanno gettati giù tutti, signore».
«Va’, se credi e noi stiamo attenti a far fuoco» disse Sandokan.
Kammamuri si sbarazzò della carabina, si mise il tarwar fra i denti e s’aggrappò a un fascio di calamus che pendevano dai più alti rami del durion.
I calamus tengono luogo, al Borneo e in tutte le altre isole della Malesia, delle liane, quantunque appartenenti alla famiglia delle palme.
Non hanno che pochi centimetri di diametro, ma raggiungono delle lunghezze assolutamente straordinarie. Ve ne sono di quelli che toccano perfino i trecento metri! Sono poi di una solidità a tutta prova e reggono anche parecchi uomini, senza cedere.
Kammamuri era, come già tutti gli indiani, un bravissimo arrampicatore che poteva dare dei punti al miglior gabbiere dei mari della Malesia. In pochi momenti raggiunse il ramo da cui pendevano i calamus e vi si issò sopra, muovendo le foglie adagio, adagio per non attirare l’attenzione della pericolosa bestiaccia.
Il nido si trovava dieci metri più in alto. Come abbiamo detto, era una specie di piattaforma di tre o quattro metri quadrati, composta con robustissimi rami disposti con una certa arte.
Kammamuri attese qualche po’, tendendo gli orecchi, poi, rassicurato dal profondo silenzio che regnava sulla cima del durion, s’aggrappò ad un altro fascio di liane e riprese la salita.
Sotto, alla base del gigantesco albero, Sandokan, Yanez e Tremal-Naik vegliavano attentamente, tenendo le carabine puntate in aria.
Il maharatto aveva guadagnati altri quattro o cinque metri, quando gli giunse agli orecchi un sordo brontolio.
«La briccona è lassù» mormorò. «Mi basta».
Stava per lasciarsi scivolare, sapendone abbastanza, allorché udì i rami della piattaforma scricchiolare.
Il maharatto s’irrigidì contro il tronco dell’albero, non osando più muoversi.
Era spaventato, temendo che la bestiaccia, da un istante all’altro gli piombasse addosso e lo scaraventasse nel vuoto.
I rami continuavano a scricchiolare come se la maias si muovesse ora in un senso ed ora in un altro. Anche i brontolii non cessavano: forse la bestiaccia aveva fiutata la presenza del nemico e cominciava ad inquietarsi.
Kammamuri teneva gli occhi fissi, sbarrati, verso i margini della piattaforma, e non osava più respirare.
Ad un tratto gli parve di vedere una testa curvarsi fra il fogliame che si stendeva sotto il nido, ma fu una visione rapidissima.
I rami gemettero ancora qualche po’, quindi il silenzio ritornò.
«Credevo proprio che fosse giunta la mia ultima ora» mormorò il povero maharatto. «Il tarwar mi sarebbe servito ben poco».
Si lasciò scivolare dolcemente, procurando di non dare delle scosse al ramo e raggiunse felicemente il secondo festone di calamus.
Ormai non aveva più nulla da temere, trovandosi abbastanza vicino al suolo.
Con un’altra scivolata cadde fra i suoi tre compagni, i quali l’aspettavano ansiosamente.
«C’è?» chiese Sandokan.
«Sì, padrone; è lassù» rispose Kammamuri.
«Ero certo che sarebbe ritornata al suo nido. Forse avrà portato lassù anche il cadavere del maschio. Proviamo a vedere se scende».
«Non andiamo a prendere posizione sul pombo?» chiese Yanez.
«Più tardi, se non riusciremo a scovarla. Kammamuri, a te l’onore del primo colpo di fuoco, giacché hai sfidato pel primo il pericolo. La vedi la piattaforma?» «So dove si trova, signore. Basterà sparare lungo il tronco».
«Tira».
Il maharatto alzò la carabina e fece fuoco in direzione della piattaforma.
La detonazione non si era ancora spenta, quando si udì in alto un urlo acutissimo, poi uno schianto di rami.
Pareva che una massa enorme precipitasse attraverso il fogliame della gigantesca pianta.
«Indietro!…» aveva gridato Sandokan.
Si erano appena allontanati, quando un corpo piombò, con sinistro fragore, dinanzi all’albero, rimanendo immobile.
«L’abbiamo ammazzata!…» esclamò Kammamuri.
«Sei pazzo» disse Sandokan. «É ancora lassù. Non odi come rugge?» «Che cos’è caduto dunque?» chiese Tremal-Naik.
«Ha gettato giù il cadavere del suo compagno» disse Yanez. «Ora scenderà e state in guardia!… Sarà folle di rabbia!…» In alto si udì una serie di muggiti spaventevoli, poi una grande ombra comparve sul margine della piattaforma.
«Non sparate!…» gridò Sandokan, vedendo Tremal-Naik e Kammamuri alzare precipitosamente le carabine. «Fate fuoco solamente a bruciapelo!» La maias doveva avere scorti i suoi avversari, cominciando in quel momento ad apparire la luna.
Balzò su un ramo più basso, poi si mise a scendere attraverso i festoni dei gomuti e dei calamus con rapidità fulminea.
«Ha la cassa!…» gridò Kammamuri.
«Lasciatela giungere a terra!…» comandò Sandokan. «Se la lascia andare, delle nostre munizioni ne perderemo mezze. Stringetevi intorno a me!…» La maias continuava la sua discesa, ora urlando e ora muggendo. Giunta a dieci metri dal suolo si lasciò andare, cadendo in piedi.
Aveva alzata la cassa per servirsene come d’un proiettile, ma non ebbe il tempo di mettere in effetto la sua minaccia.
Quattro colpi di fuoco partirono, seguiti subito da altri tre.
Crivellata di palle, poiché gli avventurieri avevano sparato quasi a bruciapelo, la povera bestia cadde sulle ginocchia, portandosi le mani alla testa.
Cercò nondimeno di alzarsi ancora, ma le forze la tradirono e stramazzò presso il cadavere sfracellato del suo compagno.
«Queste sono delle cacce veramente emozionanti» disse Tremal-Naik, mentre Kammamuri s’impossessava della preziosa cassa. «Quelle alle tigri scuotono meno i nervi».
«É vero» rispose Yanez. «Questi uomini dei boschi sono più terribili perfino dei rinoceronti. Io e Sandokan, durante le nostre corse attraverso le foreste del Sultanato di Varauni, ci siamo trovati più volte di fronte a questi urang-
outan, eppure non sono mai riuscito a mantenermi calmo nel momento di far fuoco».
«Amici» disse la Tigre della Malesia. «Ora che abbiamo ricuperate le nostre munizioni, pensiamo a raggiungere al più presto i nostri uomini. La notte è abbastanza chiara e faremo una magnifica marcia».
«Se le belve ci lasceranno tranquilli» osservò Kammamuri. «Mi pare che qui ve ne siano più che nelle jungle indiane».
«Vi sono quattrocento cartucce nella cassa» rispose Sandokan. «Ne avremo abbastanza per far battere in ritirata elefanti, rinoceronti, tigri e pantere nere. Aprila e riforniamoci».
L’indiano sfasciò col tarwar le tavole, tutti si fornirono abbondantemente di munizioni e volsero le spalle alla macchia dei piper nigrum, avviandosi verso il fiume, avendo deciso di costeggiarlo fino all’isolotto.

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