Sulle punte delle frecce avvelenate

Non si trattava veramente di un’altura, bensì d’una semplice ondulazione del suolo, lunga appena qualche centinaio di metri e larga non di più d’una dozzina, emergente dalla fanghiglia e dall’acqua una mezza dozzina di piedi e non di più. Le piante, quasi tutte di grosso fusto, avevano resistito all’incendio, pur perdendo, come abbiamo detto, tutte le loro foglie, la corteccia e i rotang e i calamus che le avvolgevano e che le avevano forse preservate da una totale distruzione.
Un numero straordinario di kakatoe, di argus e di tucani rinoceronti, si era rifugiato sui rami mezzo carbonizzati. Quei volatili parevano ancora istupiditi per lo spavento provato e non si erano mossi vedendo giungere la colonna.
Il pranzo era assicurato. Infatti i malesi e gli assamesi, che erano i migliori tiratori, non si lasciarono sfuggire l’occasione per guadagnarselo, Mentre i negritos, aiutati dalle loro donne e dai dayaki, preparavano il campo. formidabili scariche rimbombarono su tutta la linea dell’ondulazione facendo cadere una vera pioggia di volatili.
Sandokan, Yanez e Tremal-Naik si erano intanto recati verso l’altra parte della piccola altura per dare uno sguardo alla vasta pianura. Al di là l’acqua si estendeva a perdita di vista, coprendo lo strato di cenere per parecchi pollici.
«Una vera inondazione dunque, Sandokan?» chiese Tremal-Naik.
«Lo vedi» rispose la Tigre della Malesia.
«E che aumenta sempre» aggiunse Yanez. «Vi è però una cosa che mi sorprende, perché non riesco a comprenderla».
«Quale?» chiese Sandokan.
«Perché queste acque s’innalzino così lentamente. Sono quasi due giorni che marciamo, e avrebbero dovuto raggiungere un livello considerevole».
«Questo mistero potrebbe spiegartelo solamente Teotokris; ma io ho il sospetto che qui sotto si nasconda qualche nuovo tradimento».
«E quale?» «Non te lo saprei dire; ma sento per istinto che non sarà l’acqua che ci darà molti fastidi».
«Mi pare che noi camminiamo come i ciechi».
«Non si marciava meglio nell’Assam» rispose Sandokan. «Eppure siamo pienamente riusciti nel nostro intento».
«Già: la guerra è la guerra».
La colazione si annunciava con un profumo di arrosto. Kakatoe, argus e tucani si rosolavano bene o male, infilzati sulle bacchette di ferro delle carabine costantemente girate dai ragazzi e dalle ragazze della piccola tribù negrita.
Quegli arrosti furono però malamente innaffiati con dell’acqua fangosa, con grande rincrescimento di Yanez, il quale si era ormai abituato ai vini scelti delle cantine reali dell’Assam.
Una fermata di ventiquattro ore su quel terreno asciutto, dove uomini, donne e ragazzi potevano dormire a loro comodo, senza tema di sorprese, rimise completamente in gamba la colonna.
«Dormite più che potete» aveva ordinato Sandokan, il quale dubitava assai di poter raggiungere le alte terre prima di trenta o quaranta ore.
E tutti avevano obbedito, russando come ghiri dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, non svegliandosi che per rosicchiare qualche ala di kakatoa o qualche testa di tucano.
Durante quella sosta, nessuna notizia né dei dayaki, né del greco, né del chitmudyar di Yanez e tanto meno del rajah del lago.
Pareva che tutti quei bricconi fossero scomparsi definitivamente, forse per organizzare le ultime resistenze sulle rive del Kinibalu. L’acqua bensì, quantunque assai lentamente, non aveva cessato di innalzarsi, coprendo tutta la sconfinata pianura per oltre un buon piede.
«Prima che aumenti ancora, andiamocene» disse Sandokan a Yanez e a Tremal-Naik. «Se rimaniamo qui finiremo per mangiare i fanciulli e le fanciulle negrite, ora che tutti i volatili sono stati distrutti. Abbiamo troppe bocche da mantenere».
La colonna fu formata e discese nella bassura inondata, ma procedendo assai lentamente in causa del fango sempre tenacissimo.
La precedeva, come esploratore, il sottocapo dei negritos, armato d’un bastone per assicurarsi della resistenza che offriva il fondo. La marcia durava da appena un quarto d’ora, quando il negrito, che precedeva l’avanguardia d’una ventina di metri, mandò un urlo acutissimo e fece un balzo indietro.
Alcuni suoi compatrioti stavano per slanciarsi verso di lui, quando lo udirono urlare: «No… fermi… le frecce avvelenate!…» Sandokan e Yanez si erano portati rapidamente innanzi, mentre l’avanguardia si era prontamente fermata, dando segni d’un vivissimo terrore. Il negrito aveva alzato il piede sinistro e guardava, cogli occhi sbarrati, alcune gocce di sangue che gli uscivano dal tallone.
Vedendo avanzarsi i due capi, disse loro con voce angosciata: «Non venire avanti, orang!…» «Perché?» chiese Sandokan.
«I dayaki hanno piantato delle frecce nel fondo e devono essere avvelenate.
Sento che la morte già mi sfiora».
«Noi non abbiamo nulla da temere» rispose Sandokan, gettandosi sul disgraziato. «I nostri piedi sono calzati».
Prese fra le braccia il negrito e l’aveva trasportato in mezzo all’avanguardia.
Il capo della tribù era prontamente accorso e aveva fatto un gesto di scoraggiamento.
«Non conosci nessun rimedio?» gli chiese Sandokan.
«L’anciar (l’upas) è sempre mortale e non si conoscono rimedi, orang» rispose.
«Quest’uomo è perduto».
«Se avessimo delle bevande alcoliche, si potrebbe tentare di salvarlo» disse Sandokan. «Qualche volta sono riuscito a strappare alla morte degli uomini feriti da frecce avvelenate. Te ne ricordi, Yanez?» «Sì», rispose il portoghese «ma quelle erano ferite leggère e poi non possediamo nemmeno un sorso di tafià. Povero uomo!…» Due malesi avevano avvolto il disgraziato in una coperta e lo reggevano. La morte si avanzava rapida.
Il ferito aveva già smarriti i sensi e tremava, come se una forte febbre lo avesse improvvisamente assalito. Di quando in quando lo prendevano degli spasimi e la sua bocca si apriva come se volesse rigettare qualche cosa.
Era questione di pochi minuti. Il terribile veleno che i dayaki estraggono dalle piante chiamate upas e che di solito mescolano col succo del gambir, per renderlo più potente, influisce rapidamente sul sistema circolatorio e sul sistema nervoso, provocando delle convulsioni tetaniche. Come pel curaro, il terribile veleno adoperato dai selvaggi brasiliani per rendere le loro frecce mortali, così per l’upas e per il gambir non si è ancora trovato alcun rimedio.
Pare che il principio velenoso di queste due ultime sinistre piante consista in un alcaloide vegetale, unito a un acido non ancora bene determinato e a una sostanza colorante.
Tutti gli uomini della colonna, muti, tristi, si erano radunati intorno al moribondo, il quale non cessava di vomitare e di spasimare. Un sibilo rauco usciva ad intervalli dal suo petto e la respirazione diventava di momento in momento più difficile.
«Povero uomo» ripeteva Yanez, il quale assisteva, impotente, a quell’agonia.
A un tratto il moribondo ebbe un sussulto, allargò spaventosamente la bocca facendo scricchiolare le mascelle, stralunò gli occhi e s’abbandonò fra le braccia dei due malesi che lo reggevano.
«É morto» disse Sandokan, sospirando. «Avrei preferito che questa disgrazia fosse toccata a qualcuno dei miei uomini, i quali sono preparati da lungo tempo ai pericoli della guerra».
Si volse verso il capo dei negritos, il quale, forse più abituato che gli uomini di Sandokan a quelle disgrazie, non sembrava troppo commosso e gli disse: «Prendi sei uomini, porta il cadavere all’isolotto e fallo seppellire profondamente perché le tigri o le pantere non lo divorino».
«Sì, orang» rispose il capo.
«Per il momento noi ci fermiamo qui».
«Che cosa faremo ora?» chiese Yanez, quando il funebre drappello si fu allontanato. «Se il fondo è seminato di punte di frecce avvelenate non potremo avanzare che noi e i miei assamesi. Tutti gli altri sono scalzi».
«Ed è su questo che il greco deve aver calcolato per decimare la nostra colonna».
«Se provassimo a deviare?» «Sai tu su quale estensione abbiano piantati i dardi avvelenati?» chiese Sandokan. «Come scoprirli sotto questo strato d’acqua e di fango?» «Sarebbe impossibile» osservò Tremal-Naik, il quale assisteva al colloquio.
«Allora non ci rimane che tornare indietro e attendere che le acque o si ritirino o vengano assorbite dal calore solare» disse Yanez.
«E dove ritirarsi?» «Su quella specie d’isolotto».
«A morirvi di fame?» «Hai ragione, Sandokan».
«Io ho un’altra idea».
«Quale?» «Di far abbattere otto o dieci tronchi d’albero e formare dei ponti volanti da gettare su questi strati di frecce. Li abbiamo adoperati altre volte».
«La nostra avanzata diverrà ben lenta».
«La accelereremo quando avremo raggiunte le alte terre» rispose Sandokan.
«D’altronde, ti ho già detto che non ho premura di diventare rajah. A me basta riuscire nel mio intento e vendicare mio padre, mia madre ed i miei fratelli».
«E li vendicherai».
«Non ne dubito» rispose Sandokan, i cui occhi si erano illuminati d’una fiamma sinistra. «Sono molti anni che aspetto il terribile momento».
«E io non vorrei trovarmi nei panni del rajah del lago» disse Tremal-Naik.
«Fa’ come vuoi» concluse il portoghese. «Nemmeno io ho fretta di tornarmene nell’Assam: Surama è paziente e lascia che il suo sahib bianco si diverta e aiuti i vecchi amici. Forse che non sono il principe consorte?… Diamine!…
Per Giove!… Sono sempre io il rajah dell’Assam!» Dieci minuti dopo, la colonna rifaceva la via percorsa al mattino, non potendo accamparsi su quella fanghiglia coperta da un così alto strato d’acqua, specialmente colle casse delle munizioni e le spingarde coi relativi cavalletti.
Quando raggiunse l’isolotto, poiché ormai poteva chiamarsi così, essendo quel lembo di terra tutto circondato dalle acque, il povero sottocapo dei negritos era stato già sepolto ed i suoi compagni stavano sterminando gli ultimi tucani e le ultime kakatoe, per assicurare alla colonna almeno un po’ di cena, non certo abbondante però. Duecento uomini, sotto gli ordini di Kammamuri e di Sapagar, assalirono gli alberi a colpi di parang e di kampilang per formare i ponti volanti, mentre gli altri si affrettavano a formare degli zatteroni, riunendo i tronchi colle loro fasce.
Non fu una cosa facile, tuttavia; prima che il sole tramontasse, la colonna possedeva già quattro pontili, lunghi una decina di metri e larghi da quattro a cinque, sui quali gli uomini sprovvisti di scarpe potevano benissimo passare, trasportandoli sempre più innanzi, sugli strati di frecce avvelenate, senza correre pericolo alcuno.
Alle nove di sera, con una splendida luna, la colonna lasciava l’isolotto, avanzandosi cautamente sulla pianura inondata.
I dayaki e i malesi portavano i ponti volanti, per non affaticare gli assamesi ai quali spettava il lavoro più duro, ossia quello di portarli sulle punte delle frecce, essendo, come abbiamo detto, i soli calzati.
Giunti sul posto dove il povero sottocapo dei negritos era stato ferito, i ponti furono lanciati sullo strato di fango, non essendovi abbastanza acqua, almeno pel momento, da farli galleggiare.
La terribile marcia cominciava. Malesi, dayaki e negritos, passavano, si addensavano sul ponte di testa e aspettavano che gli assamesi trasportassero più innanzi gli altri per aprire loro la via. L’avanzata era lentissima e faticosissima, soprattutto per gli indiani, quantunque questi di quando in quando cedessero le loro scarpe ai malesi o ai dayaki per prendere un po’ di riposo.
Yanez, Sandokan e Tremal-Naik, che calzavano alti e fortissimi stivali di mare, impenetrabili alle punte delle frecce, formavano l’avanguardia. Nessun pericolo li minacciava, poiché la pianura si estendeva dinanzi a loro, tutta coperta da qualche piede d’acqua e completamente deserta. Un uomo, con quella luce lunare, sarebbe stato subito scoperto e non si sarebbe certamente salvato dal tiro di quelle tre carabine che difficilmente mancavano il bersaglio.
Pareva che i dayaki avessero coperto il suolo con una quantità straordinaria di frecce, poiché i tre capi sentivano, di passo in passo che si avanzavano, stridere sotto le loro grosse suole le punte dei dardi avvelenati.
«Che bricconi!» disse Yanez. «Volevano proprio distruggerci».
«É così che i dayaki fanno la guerra» rispose Sandokan.
«Se non avessimo delle buone suole che bella fine!…» «Sono almeno in buono stato le tue?» «Pelle di rinoceronte, mio caro, con uno spessore di tre dita».
«Me ne manderai una dozzina di paia quando tornerai nell’Assam».
«Ma che!… Un bastimento pieno per te e per i tuoi uomini» disse Tremal-Naik. «Così almeno non correranno più alcun pericolo».
«Dubito che possano abituarsi» rispose la Tigre della Malesia. «Farò un regalo alle scimmie delle foreste».
Così scherzando i tre valorosi continuavano la loro marcia, mentre i loro uomini non cessavano di trasportare i ponti volanti.
All’alba la colonna, spossata da tanti sforzi, si riposò sulle zattere, arenate in mezzo alla fanghiglia, poiché l’acqua era sempre troppo bassa perché potessero galleggiare. La colazione fu magrissima, quantunque Yanez e Tremal-
Naik avessero fucilato un discreto numero di uccelli acquatici.
La giornata trascorse tranquilla. Nessun drappello di nemici fu segnalato in nessuna direzione.
Probabilmente il greco aveva contato sull’efficacia indiscutibile delle frecce avvelenate e non aveva creduto di doversi incomodare, ritenendosi certo che nessun uomo della colonna sarebbe uscito vivo da quell’agguato.
Verso sera, la faticosissima marcia coi ponti volanti fu ripresa, mentre Yanez, Sandokan e Tremal-Naik s’avanzavano in avanscoperta, colla speranza di scoprire qualche drappello nemico.
La notte fu faticosissima per tutti. Gli assamesi di quando in quando cedevano le loro scarpe ai malesi e ai dayaki, perché continuassero l’avanzata dei ponti.
Il nemico nemmeno quella notte si fece vivo, con molto rincrescimento di Yanez, il quale cominciava ad annoiarsi.
«Che io abbia lasciata la mia bella rhani e la corte dell’Assam per marciare fra acque e pantani, senza sparare dei colpi di carabina? É una gran noia! Ti sembra, Sandokan?» La Tigre della Malesia non rispondeva e continuava a marciare, spingendo gli sguardi lontano.
Cercava di scoprire le alte terre che sorgevano intorno al grande lago, poiché era su quelle terre che si dovevano decidere le sorti di quell’aspra e faticosissima campagna.
Per tre giorni ancora la colonna marciò quasi senza interruzione attraverso quella immensa pianura, spingendo innanzi i ponti volanti, poi raggiunse finalmente, completamente esausta, quelle alte terre che tanto sospirava.
La grande bassura, malgrado i tradimenti orditi dal greco, era stata attraversata colla perdita d’un solo uomo, il disgraziato sottocapo della tribù dei negritos. Boschi immensi, ricchi di foglie e d’ombra, si stendevano ora dinanzi agli avventurieri, solcati da torrenti mormoranti e abitati certamente da abbondante selvaggina.
«Ecco il paradiso terrestre» disse Yanez, mentre i malesi e i dayaki costruivano frettolosamente degli attap, e i negritos, aiutati dalle loro donne e dagli assamesi, circondavano l’accampamento, già scelto da Sandokan, di ammassi di rami spinosi per impedire qualsiasi sorpresa.
«Ti assicuro, mio caro, che non ne potevo proprio più e che stavo per mandare a casa del diavolo anche il trono dei tuoi avi».
«Tu sai che il Borneo non è l’India» rispose Sandokan. «E poi anche per la conquista del trono della tua bella rhani ne abbiamo provate di dure. Hai dimenticato tutto?» «L’amore fa scordare tante cose» disse Tremal-Naik. «Non ti sei accorto, Sandokan, che il nostro portoghese rimpiange sempre la corte dell’Assam?» «Sfido io, con tutti quei cuochi, quei cantinieri, quei valletti, quelle guardie barbute, d’aspetto brigantesco, quelle sale meravigliose, quelle turbe di bajadere danzanti ogni sera nei cortili del palazzo!… Ah, Yanez!… L’Assam e il potere ti hanno guastato».
«Per Giove!…» gridò Yanez, dopo una risata clamorosa. «Forse che non ti ho dimostrato fino a quest’oggi di possedere due gambe di ferro, di essere sempre un tiratore temuto e di saper cenare o pranzare con una stretta di cintola? Tu mi vuoi umiliare! Mandami avanti una tribù di dayaki e vedrai come io saprò accomodarli in salsa bianca, rossa o verde».
«Lo sappiamo» disse Tremal-Naik. «Tu sei sempre il terribile compagno della famosa Tigre della Malesia».
«Anche se sono il principe consorte della bella rhani dell’Assam?» «Sì, Yanez» rispose Sandokan. «Sei solamente diventato un po’ brontolone».
«Perché alla corte dell’Assam, o sottovoce o a piena voce, si brontola sempre» disse Yanez. «Lasciamo gli scherzi e facciamo il nostro piano di battaglia. Quanto distiamo dal lago, a tuo giudizio?» «Non più di tre giornate di marcia» rispose Sandokan.
«Dove risiede il rajah?» «In un villaggio sorretto da palizzate e che s’inoltra nel lago diverse centinaia di tese».
«É quello che assaliremo, se i dayaki non ci arresteranno?» «Sì, perché desidero colpire direttamente al cuore l’assassino di mio padre.
Le grosse barche non mancano sul lago, e di qui l’attaccheremo, non già dalla parte di terra, poiché sarebbe troppo difficile: e poi sarebbero necessari dei lunghissimi ponti volanti che noi non possediamo. Ho assunto ormai tutte le informazioni necessarie, e quest’oggi manderò negritos e dayaki per fabbricar cerbottane ed a far raccolta di resine».
«Per che cosa farne?» chiesero a una voce Yanez e Tremal-Naik.
«Per incendiare la capitale del rajah del lago» rispose Sandokan. «Le frecce incendiarie, in quel momento, otterranno maggior successo delle palle delle nostre carabine e delle mitraglie delle nostre spingarde. É molto tempo che penso il modo di ridurre subito all’impotenza quel miserabile e di costringerlo alla resa, poiché io lo voglio avere fra le mie mani vivo».
«Hum!… Ci ho i miei dubbi» rispose Yanez. «Quando quell’uomo si vedrà perduto non aspetterà che il tuo kriss lo raggiunga».
«Vedremo se sarà capace di sfuggirmi».
Numerosi colpi di fucile interruppero la loro conversazione. I malesi e gli assamesi si erano slanciati attraverso la foresta e facevano buona caccia, a giudicare dagli spari, i quali si seguivano senza interruzione.
Le donne negrite, prevedendo una colazione abbondantissima, avevano fatto raccolta di rami secchi e avevano già accesi parecchi falò, munendoli ai lati di certe forche di legno per reggere gli arrosti infilzati nelle bacchette d’acciaio delle carabine.
I cacciatori non si fecero molto aspettare. Erano tutti carichi di selvaggina da pelo e da piuma.
Avevano fatta una vera strage di babirussa, di tapiri, di scimmie, di kakatoe e di vari altri volatili.
Fu una vera allegria al campo, e si può capire facilmente, poiché erano due giorni che tutti quei bravi guerrieri non avevano fatto altro che stringersi le cinture dei gonnellini.
In capo a una mezz’ora, uomini, donne e fanciulli divoravano a crepapelle enormi pezzi di carne ancora sanguinante, mentre Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e Kammamuri lavoravano coi coltelli intorno a due magnifici tucani rinoceronti, sapientemente arrostiti sotto l’alta sorveglianza di Sapagar, nominato grande cuoco dei capi, nei momenti di calma.
Saziata la fame feroce che da quarantott’ore tormentava il ventre di quegli intrepidi guerrieri, Sandokan lanciò verso il sud una ventina di esploratori coll’incarico di avvicinarsi, più che era possibile, al lago, poi dispose numerose sentinelle, quantunque si tenesse sicurissimo di poter dormire indisturbato.
«Ormai ci aspettano sulle rive del Kinibalu» disse Sandokan a Yanez, il quale sbadigliava come un orso e aveva già lasciato spegnere la sigaretta.
«Ci aspettino dove vogliono; a me non importa affatto», rispose il portoghese, «purché mi lascino per ora dormire».
«Ed è quello che domando anch’io» aggiunse Tremal-Naik.
«Dormite pure» rispose Sandokan. «Nessuno verrà a turbare il vostro riposo.
Di questo rispondo pienamente io».
Pochi minuti dopo tutti gli accampati, eccettuate le sentinelle, russavano profondamente.

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