Capitolo XV La scomparsa del balon

Se il Brasile è la patria delle scimmie americane, l’Indocina è la patria di quelle asiatiche.
Le foreste della Birmania, del Siam, del Tonchino, dell’Annam e della penisola di Malacca nonché quelle della Cambogia ne sono infestate.
Bande di babbuini, di gibboni, di ducs dal pelame rosso, di siamang, le scimmie più orribili che esistano sulla terra, di hodok, di lar dal pelame grigio nerastro e dalle natiche nude e rosse, di vavau dalla faccia azzurro cupo e di cercopitechi, i quadrumani più agili e leggeri, percorrono senza posa quelle foreste, spinte da una smania di distruzione e di saccheggio.
I poveri coltivatori sono costretti a sostenere una continua lotta contro quei vandali, che tutto rovinano sul loro passaggio.
Basta una sola notte a quei lesti ed agili quadrumani per rovinare completamente una piantagione di riso, per spogliare i frutteti. Se piombano su una piantagione di canne da zucchero, non lasciano una sola pianta intatta. Anche se sazie fino a scoppiare, continuano a spezzare colle loro infaticabili dita i dolci e succulenti graminacei unicamente per un’abitudine di distruzione.
I danni che ogni anno arrecano sono incalcolabili, e di rado i poveri contadini riescono a difendersene. Abitano ordinariamente molto lontano dalle campagne coltivate, per paura delle tigri e delle pantere, che sono voracissime e che non si trattengono dall’assalire le capanne isolate, introducendovisi dal tetto che scoprono o sfondano facilmente; perciò non giungono quasi mai in tempo per respingere quei predoni a due gambe.
Allora, disperati, per non vedersi distruggere tutto, si radunano e fanno delle grandi battute, che li compensano in parte dei danni subiti, poiché la carne delle scimmie è tutt’altro che spregevole per gli indocinesi. Fanno dei veri massacri, eppure credete che quei quadrumani diminuiscano? Mai più.
Sono come i conigli australiani, quegli altri terribili ed infaticabili distruttori che devastano i campi del continente oceanico: più vengono distrutti più si moltiplicano.
I contadini ricorrono però anche ad altri mezzi per decimare le scimmie: preparano lacci, avvelenano frutta che disperdono nei campi, scavano fosse sul cui fondo piantano pali aguzzi e che ricoprono con sottili canne, che cedono alla minima pressione. Ma uno dei sistemi migliori, che dà generalmente buoni risultati, è quello della pentola.
La luna cominciava ad apparire dietro i grandi alberi della foresta, quando i due cacciatori di scimmie lasciarono il minuscolo villaggio, seguiti da Lakon-tay, da Len, da Feng e dal dottore.
Portavano con sé una enorme pentola, chiusa da un coperchio di legno e piena di riso condito con pesce e con una dose fortissima di pimento rosso, che doveva infiammare per bene le gole dei quadrumani.
I due cacciatori avevano raccomandato al generale e ai suoi compagni di camminare con precauzione e di non far scrosciare le foglie secche della foresta, onde non allontanare le scimmie che forse non erano lontane.
Un quarto d’ora dopo si trovavano nella boscaglia, la quale pareva formata quasi esclusivamente di cay-dan-nuoc, alberi maestosi della specie dei dipterocarpus, pregiatissimi perché dànno una ragguardevole quantità d’olio, che si adopera, più che per ardere, nella preparazione di certe vernici.
Non mancavano delle macchie di banani, ancora poco sviluppati a causa delle fitta ombra proiettata dai vicini colossi che li privavano dei raggi solari; tra questi alberi bassi i cacciatori potevano trovare facilmente il mezzo per nascondersi.
“Ecco le piante che gli abitanti del villaggio lavorano,” disse Lakon-tay al dottore. “Faranno qui una raccolta prodigiosa d’olio.”
“E dove si trova quel liquido?” chiese Roberto.
“Nell’interno delle piante.”
“L’estrazione sarà allora difficile.”
“Tutt’altro, dottore,” rispose Lakon-tay. “Per farlo uscire si scava, ad uno o due metri dal suolo, in pieno tronco, un buco a forma di forno, che poi si riempie di legna ben secca.
Vi si colloca sotto un recipiente, poi si accende il fuoco. Quel calore, che si propaga nell’interno della pianta, fa scolare l’olio da un secondo buco aperto un po’ più in alto.”
“Un modo assai ingegnoso.”
“E che non costa nulla.”
“Ne estraggono molto?”
“Circa un litro al giorno, e la colata dura sessanta o settanta ore e qualche volta anche di più.”
“E non muore la pianta dopo quel trattamento?”
“Non sembra che soffra, e dopo un anno torna a dare olio.”
“Silenzio,” disse in quel momento uno dei due cacciatori.
Erano giunti sul margine d’una piccola radura quasi sgombra di cespugli e che la luna, già alta, illuminava benissimo.
I due cacciatori afferrarono la pentola e andarono a collocarla in mezzo a quello spazio scoperto. Prima di tornare verso i compagni trassero da un pentolino del riso pure cotto che sparsero sul coperchio.
Era per attirare meglio le scimmie ed eccitare la loro golosità. Quel riso non conteneva pimento, anzi era stato mescolato con una forte dose di sciroppo di canne da zucchero.
Ciò fatto, i due cacciatori si affrettarono a raggiungere una macchia di giovani banani, facendo segno ai loro compagni di seguirli e di non parlare.
Le scimmie non erano lontane. Sugli alberi e fra le macchie si udivano agitarsi le foglie e i rami crepitare, e di quando in quando precipitavano al suolo, con rumore secco, delle frutta. Le scimmie cominciavano la loro opera di distruzione nella foresta, in attesa che gli abitanti del piccolo villaggio s’addormentassero, per saccheggiare i loro orticelli che già dovevano aver adocchiato.
I cacciatori, seduti sotto le foglie ampie dei banani, aspettavano pazientemente che i quadrumani scoprissero la pentola.
I Siamesi, eccettuata la giovane, per ingannare il tempo masticavano il loro betel, mentre Roberto fumava una sigaretta di buon tabacco avvolto in una foglia secca di nipa.
Era trascorsa una mezz’ora, quando sulla cima d’un gruppo di cocchi si udì echeggiare il primo ulok! ulok! a cui fecero eco altre grida consimili.
“I siamang,” disse uno dei due cacciatori.
Un momento dopo da un’altra parte della foresta giunsero improvvisamente delle grida acute, stridenti, poi una serie di suoni strani, di strilli, di borbottamenti rauchi.
“Ve ne sono delle centinaia qui,” mormorò il dottore, curvandosi verso Lakon-tay.
“E vedrete che non tarderanno a scoprire la pentola,” rispose il generale. “Ah! Là, guardate!”
Tre o quattro scimmie si erano slanciate a terra dai rami più bassi d’un cay-dan-nuoc e avanzavano cautamente verso la pentola.
Erano dei brutti budeng, scimmie che abbondano nelle foreste dell’Indocina, di Giava e di Sumatra, colla pelle nera e lucidissima, il muso e le mani pure nere, la testa coperta da una specie di berretto di peli lunghi che scendono lungo le gote fino a formare sotto il mento una specie di barba, e la coda lunghissima.
Si erano appena avanzati d’alcuni passi, quando da un altro albero saltarono a terra altri otto o dieci quadrumani, appartenenti ad una specie diversa. Erano dei ducs, alti più d’un metro, colla faccia rossastra, la barba quasi gialla, le labbra nere e la coda candidissima.
Ma ecco giungere anche un gruppo di siamang, i più brutti quadrumani della specie, colla fronte bassa, gli occhi infossati, il naso largo e piatto, la bocca grande ed un gozzo enorme sotto la gola che si dilata quando essi gridano. Hanno il pelame nerissimo e lucido, che sui fianchi s’allunga fino a coprire, come una sottana, le gambe.
Poi altre scimmie arrivarono da tutte le parti, avanzando con precauzione verso la pentola, che pareva esercitasse su di esse un’attrazione irresistibile. Si dondolavano comicamente, si fermavano piegandosi innanzi, borbottavano sotto voce, dimenavano le code, manifestando una certa inquietudine. Si capiva che temevano un tranello, ma la loro curiosità era più forte della paura.
Un siamang giunse per primo presso la pentola e, vedendo il coperchio colmo di riso, allungò una mano e si riempì la bocca.
Quel riso dovette sembrargli squisito, perché il siamang manifestò la sua soddisfazione con contorcimenti comici battendosi con la sinistra il petto e il gozzo.
Tutte le altre allora si precipitarono avanti. Il pentolone venne urtato da tutte le parti, scosso e finalmente rovesciato su un fianco.
Urla, strilli e scoppi di risa annunciarono ai cacciatori che il coperchio era caduto.
I quadrumani si pigiarono intorno all’enorme recipiente per essere i primi a tuffare la mani nel contenuto. Si rotolavano, si picchiavano, si afferravano per le code, si strappavano manate di peli, con un gridio assordante che svegliava gli echi della foresta.
Le più leste e le più vigorose avevano cacciato addirittura la testa entro il vaso e resistevano disperatamente agli strappi delle compagne che volevano la loro parte.
Ad un tratto le risa e le grida si tramutarono in urla di dolore. Il pimento faceva il suo effetto. Gli occhi delle ghiottone lagrimavano e siccome non avevano fazzoletti per asciugarseli, usavano le mani imbrattate di risotto traditore.
Era peggio che peggio. Il pimento bruciava gli occhi, ed eccole quasi cieche.
La scena diventava comica. Le scimmie si rotolavano per terra, agitavano pazzamente gambe e braccia, facevano smorfie ridicole e cacciavano urla orribili.
Era il momento di agire.
“Avanti,” dissero i due cacciatori, alzandosi e mettendo nelle mani del generale e dei suoi compagni dei nodosi randelli. “Lasciate i fucili; guastereste inutilmente la pelle delle scimmie.”
Tutti si slanciarono, eccettuata Len-Pra, a cui ripugnava massacrare quelle povere bestie.
Stavano per piombare sui quadrumani e farne una strage, quando udirono improvvisamente rimbombare verso il fiume alcuni colpi di fucile, seguiti da urla acutissime.
Lakon-tay si arrestò, subito imitato dal dottore e da Feng.
“Assalgono il villaggio!” gridò il generale.
“Lasciate che accoppino quei miserabili cercatori d’olio e occupiamoci delle scimmie,” disse uno dei cacciatori. “Noi non le lasceremo fuggire, ora che sono nostre.”
“Ho i miei barcaioli al villaggio.”
“Saranno essi che avranno attaccato lite coi contadini.”
“Dottore! Len, Feng, corriamo!”
Senza occuparsi dei cacciatori che non parevano disposti a seguirli, i tre uomini e la fanciulla si slanciarono in direzione del fiume.
I colpi di fucile erano cessati e le grida si affievolivano in lontananza, ma verso il Men-Sak essi videro propagarsi una luce intensa e rossastra ed alzarsi delle colonne di fumo miste a nembi di scintille.
“Il villaggio ha preso fuoco!” gridò il dottore, sostenendo Len che stava per cadere. “Generale, che cosa succede laggiù?”
“Prepariamo le armi, dottore.”
“Sono cariche le nostre carabine.”
“E i cacciatori?”
“Sono rimasti nella foresta.”
“Vili!”
Con un’ultima corsa erano già giunti sul margine del bosco. Non si erano ingannati. Il minuscolo villaggio bruciava, e ardevano pure i vasi pieni d’olio, i quali scoppiavano ad uno ad uno, spargendo all’intorno il liquido fiammeggiante.
Tutti gli abitanti erano fuggiti, e a terra si vedevano alcuni corpi umani che stavano carbonizzandosi.
“I miei uomini! Il mio balon!” gridò il generale.
Si precipitarono verso la riva, in preda a una profonda ansietà, non scorgendo alcuno dei dodici battellieri e nemmeno gli alti ombrelli rossi della scialuppa.
Un grido sfuggì alle labbra di Feng, il quale, essendo più agile di tutti, era giunto per primo presso il fiume.
“La barca è scomparsa!”
“È impossibile!” esclamò Lakon-tay.
“Guarda, padrone!”
Quantunque ondate di fumo denso arrivassero fin sulla riva, spinte dalla brezza notturna, bastò al generale un solo sguardo per convincersi che il fedele Stiengo aveva detto la verità.
La bellissima barca, che ancora tre ore prima si cullava all’estremità del villaggio, non c’era più.
Che cosa era successo del suo equipaggio? Era stato assassinato dai cercatori d’olio o, preso da un pazzo terrore, era fuggito col balon, salvandosi sulla riva opposta?
“Padre,” disse Len, “che ci abbiano abbandonati?”
“Non lo crederò mai,” rispose il generale. “Erano stati scelti con cura e mai ho avuto da lagnarmi di loro.”
“La loro scomparsa è strana,” disse il dottore. “Io temo che dei banditi, dei pirati di fiume o gli indigeni di qualche tribù selvaggia abbiano assalito improvvisamente il villaggio e condotto via i nostri battellieri per ridurli in schiavitù.”
“Se così fosse avvenuto la nostra situazione sarebbe ben grave,” disse Lakon-tay. “Come potremo proseguire il viaggio sprovvisti di tutto?”
Il dottore stava per fare forse qualche proposta, quando udirono Feng gridare:
“Accorrete! Ecco i nostri uomini!”
Mentre i suoi padroni discorrevano, lo Stiengo si era diretto verso l’estremità del villaggio, dove stava consumandosi fra le fiamme l’ultima capanna, e nel salire la riva aveva trovato i dodici battellieri del balon sdraiati fra le erbe, l’uno addosso all’altro, cogli occhi chiusi, i visi smorti ed i lineamenti alterati.
Lakon-tay, il dottore e Len lo raggiunsero subito.
Un grido di rabbia e di dolore sfuggì alle labbra del generale.
“Assassinati!” esclamò.
Mentre Len retrocedeva inorridita, il dottore si curvò su uno di quei disgraziati, appoggiandogli una mano sul cuore.
“Ma no!” disse. “Questi uomini non sono morti. Mi sembrano piuttosto addormentati da qualche narcotico.”
“Non sono morti?”
“No, generale,” ripeté il dottore, che visitava rapidamente tutti. “I loro polsi battono, un po’ debolmente è vero, ma pur battono. Sì, sono convinto che qualcuno abbia loro somministrato qualche… Toh! che cos’è questo! Ed eccone un altro!”
Aveva scoperto fra gli addormentati due recipienti di terra cotta, di forma strana, che rassomigliavano un po’ alle anfore etrusche. Ne prese uno e lo fiutò.
“Vi era dentro del toddy,” disse. “Ora comprendo tutto: qualcuno ha ubriacato questi disgraziati, approfittando della nostra assenza.”
“E per rubarci il balon,” aggiunse Len.
“Al toddy avranno mescolato qualche droga,” disse Lakon-tay.
“Certo,” rispose il dottore. “Col contenuto di queste due anfore non si ubriacano a questo modo dodici uomini.
Che birbanti! Ci hanno giocato un bel tiro! Chi saranno quei ladroni? Gli abitanti di questo villaggio no di certo.”
“Non avrebbero dato fuoco alle loro capanne e ai loro vasi d’olio e poi non possedevano armi da fuoco,” osservò Lakon-tay.
“Padrone,” disse in quel momento Feng, che da qualche istante era rimasto silenzioso. “Mi viene un sospetto.”
“Quale?” chiese il generale.
“Che quei cacciatori ci abbiano allontanato appositamente, per lasciar tempo ai loro complici di agire.”
“Infatti il loro rifiuto di seguirci avvalora le tue supposizioni,” disse il dottore. “Ormai sono anch’io convinto che quei cacciatori non siano estranei al furto del balon.”
“Feng, tu rimani qui e se qualcuno appare, segnalalo con un colpo di fucile,” disse il generale. “E noi facciamo una corsa nella foresta fino alla radura. Voglio assicurarmi se quei due uomini sono i complici di coloro che ci hanno derubati.”
“Nessuno si accosterà, padrone,” rispose il fedele Stiengo.
“Vieni, Len; venite, dottore.”
L’incendio stava per spegnersi per mancanza di alimento, essendosi l’olio dei vasi riversato nel fiume, ma la luna brillava sempre in un cielo purissimo. Non vi era quindi da temere una imboscata, giacché ci si vedeva benissimo anche sotto le piante oleifere, che al pari dei tek crescevano ad una certa distanza l’una dall’altra.
Tenendo le carabine sotto il braccio e col cane montato onde essere più pronti a far fuoco, il generale, Len e Roberto tornarono nel bosco, seguendo il sentiero che avevano già percorso assieme ai due cacciatori.
Sugli alberi le scimmie continuavano a gridare ed a rincorrersi senza troppo spaventarsi per la presenza di quei due uomini e della fanciulla. Verso la radura invece non si udiva alcun rumore, né alcun grido.
In dieci minuti il piccolo gruppo attraversò la distanza senza aver incontrato nessun essere umano e giunse là dove era stato collocato il pentolone e dove dovevano ancora trovarsi i due cacciatori occupati a scuoiare le disgraziate scimmie. Il vaso vi era ancora; scimmie e cacciatori invece erano scomparsi.
“Ecco la prova della loro complicità,” disse Lakon-tay. “Quei due miserabili erano d’accordo coi ladri del balon.”
“Torniamo,” disse Roberto. “Non è prudente soffermarci qui. Una palla si lancia troppo facilmente, e abbiamo con noi Len-Pra.”
La ritirata fu compiuta sollecitamente, senza incidenti. Quando giunsero sulla riva del fiume, l’incendio si era ormai spento.
“Non è comparso nessuno?” chiese Lakon-tay a Feng.
“No, padrone,” rispose lo Stiengo.
“E i nostri uomini?”
“Dormono sempre.”
“Domani saranno in piedi,” disse il dottore. “D’altronde la piccola farmacia è scomparsa col balon e non ho a mia disposizione nemmeno una goccia d’ammoniaca.”
“Padre,” disse Len, “che cosa faremo ora che non abbiamo più il balon e che siamo privi di tutto?”
Il generale non rispose subito: pareva che meditasse.
“Dottore,” disse ad un tratto. “Sapete a chi pensavo ora?”
“Non saprei.”
“A quegli uomini che si sono mostrati presso il nostro accampamento la sera in cui abbiamo ucciso la scimmia che ride.”
“Che quei bricconi ci abbiano seguito?”
“Ne sono ormai convinto.”
“Il tiro allora era già preparato da tempo.”
“Non ne ho alcun dubbio.
“Ladri o pirati di fiume?”
“Probabilmente dei pirati.”
“Ed ora che cosa faremo?”
“Cerchiamo di procurarci una scialuppa. Qualche villaggio lo troveremo.”
“Manchiamo di tutto.”
“Abbiamo le nostre carabine e munizioni sufficienti, e nella mia fascia ho diamanti e smeraldi per ventimila tical, che potremo scambiare in buone verghe d’oro a Ka-ho-lai.”
“È lontana quella città?” chiese Roberto.
“Dovremo prima salire il Nam-Sak fino al canale che lo unisce al Menam, circa sei giorni di viaggio, poi dovremo attraversare le montagne che dividono la città dalla vallata di questo fiume.
Colà potremo facilmente provvederci di quanto ci sarà necessario, per spingerci fino al Tuli-Sap.”
“La questione ora è…”
Un grido di Feng gl’interruppe la frase.
“Chi vive?” chiese lo Stiengo, puntando la carabina verso il bosco.

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